Mafia e Facebook

I social networks costituiscono un interessante fenomeno che richiede un’osservazione attenta, per verificare tendenze, comportamenti, evoluzioni sociali, etc.

Si creano modalità relazionali nuove e nuove comunità, spesso altrimenti inesistenti in quanto strutturalmente diverse dalle comunità tradizionali.

Il fenomeno dei social networks va esaminato anche per la quantità di informazioni che possono essere rilasciate nella rete e sui sistemi informatici utilizzati (cfr. anche, al riguardo, il mio precedente post su social network, cibercrimes e processi di vittimizzazione).

Gli aspetti da prendere in considerazione sono, in realtà, tanti.

Ad esempio, un primo aspetto è legato alla possibilità di lasciare dati, informazioni e immagini sul proprio conto, che diventano facile preda per chi voglia rubarci l’identità (c.d. furto d’identità) con altri soggetti, on-line (es. in altri social network, nei forum, in chat, con scambi di e-mail verso nostri conoscenti o nostri contatti, etc.) o off-line.

Altro aspetto è legato alla possibilità di essere monitorati per ciò che si dice o per ciò che si fa o per i contatti che uno dichiara. Anche in ambito lavorativo, infatti, molte aziende verificano i CV dei candidati o attingono informazioni supplementari dai social network.

V’è poi un’ulteriore aspetto legato alle possibilità di controllo sociale che i social network consentono. Come per il Grande Fratello di orwelliana memoria, i social network possono essere utilizzati anche come ambiente in cui attingere informazioni utili ai fini investigativi.

Recentemente è apparsa la notizia, amplificata anche dall’Associazione Italiana Internet Providers (AIIP), di alcuni profili apparsi su Facebook, apparentemente riconducibili a boss mafiosi ed altri appartenenti a gruppi di utenti che, sempre su Facebook, sarebbero schierati a favore della mafia.

Tale fenomeno ha portato a reazioni contrastanti, sia da parte del mondo politico, culturale e di quello degli «addetti ai lavori».

La polizia postale, comunque, starebbe svolgendo attività di controllo e di monitoraggio.

Attilio Bolzoni ha curato un articolo per la Repubblica, nel quale si possono leggere ulteriori precisazioni, in particolare le osservazioni del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso.

Il tema si tinge di sfumature ulteriori:
a) nuovi approcci della mafia e della criminalità organizzata, che potrebbero sfruttare le potenzialità del social network per la loro organizzazione o semplicemente per incrementare un consenso che in parte si starebbe perdendo;
b) nuove possibilità di indagine sui social network ed eventuale configurabilità di reati (esistenti o da introdurre de jure condendo);
c) nuovi problemi sul confine tra diritto di riunione, diritto di manifestare liberamente le proprie opinioni ed esigenze di sicurezza e di contrasto alla criminalità organizzata, facendo leva anche sull’inibizione dell’uso del mezzo che consente di ineggiare e diffondere la cultura mafiosa.

Riporto in proposito le parole conclusive dell’articolo di Bolzoni:

(…) E ancora il procuratore Pietro Grasso: “Non sono d’accordo per una censura del sito, oscurare non serve. Contro chi inneggia a quei boss bisogna scatenare una grande reazione civile. E sommergere quegli altri con una valanga di messaggi di segno contrario”. È un po’ quello che è accaduto. Più di 100 mila firme su Facebook per cancellare i “sostenitori” dei boss di Corleone. E altre 50 mila per gridare: “A noi la mafia fa schifo”.

Un commento finora

  1. [...] fa mi ero soffermato sul rapporto tra Mafia e facebook, segnalando un interessante articolo di Attilio Bolzoni per la [...]


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