Sulla “lotta delle formiche” nella società dell’informazione
Giangiacomo Schiavi ha firmato un bell’articolo dal titolo “La lotta delle formiche” per il Corriere della Sera. Chi si sente escluso?
L’articolo è un po’ lungo, ma merita di essere letto per intero e con grande attenzione. Nella società che stiamo vivendo, avere un attimo di riflessione fa bene, benissimo.
Ci si deve chiedere cosa stiamo facendo, se stiamo andando per la strada giusta, se non occorra fare qualcosa di più, ogni giorno, nel proprio piccolo, per cambiare o per tentare di cambiare in meglio la società, in generale, ma anche noi stessi e l’ambiente sociale più o meno circoscritto in cui viviamo.
I temi sono tanti (il senso civico, l’importanza della memoria, la cura di aspettative non banali, la cultura dello sforzo e del merito rispetto alla cultura del tutto e subito ed a quella della convenienza, …).
Un passaggio dell’articolo di Giangiacomo Schiavi tocca il contesto tecnologico:
Lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli è ancora più scettico: «Io ho paura che questa società non si domandi più nulla, chieda solo e soltanto tecnologia: la tecnologia svuota, modifica i comportamenti, ci indica quel che serve a sopravvivere bene ma non risolve il senso della vita. A poco a poco stiamo diventando dei primitivi tecnologizzati in una civiltà dell’ingiustizia».
Ecco un altro passaggio che vorrei proporVi:
Servirebbe un antivirus alla cultura della convenienza, «perché se non ricostruiamo una società fondata sui doveri reciproci non sapremo nemmeno più godere dei nostri diritti », spiega Viroli.
Ed ancora:
«Cominciamo a difendere i Nessuno mettendo qualche sassolino nelle scarpe dei grandi — dice don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus — e facciamo qualcosa per le vite di scarto, magari scuole per i bocciati da questo sistema poco umano, come don Milani a Barbiana». Esempi, responsabilità, impegno, pulizia morale: l’unico parametro legalmente riconosciuto non può essere quello del denaro, scrivono in tanti.
(…)
Poveri Nessuno, abbarbicati alla speranza di un Paese normale dove buongiorno, come diceva Zavattini, vuol dire davvero buongiorno. Formichine inattuali nel generale appiattimento verso la società della convenienza, che rischiano di essere schiacciate tra scarpe gigantesche e pietraie desolate, come immaginava vent’anni fa Anna Maria Ortese in un memorabile racconto milanese. Un bimbo, scivolato per disgrazia sotto le ruote di un tram, che offre al padre angosciato una riflessione fulminea sul senso della vita: «Noi siamo come le formiche, vero, papà?».
(…)
Bisogna forse dire «Basta!», come fa il designer Giancarlo Iliprandi che dal Politecnico di Milano teorizza un movimento culturale per cambiare aria e mette tra i capifila un grande centenario come Gillo Dorfles. «Basta a quello che non ci piace/ Basta senza sporcare i muri/ Basta per comunicare la voglia di cambiare».
In fondo per cambiare può essere sufficiente quella silenziosa ma contagiosa rivoluzione delle nostre coscienze, che nell’operatività e nell’impegno quotidiano siano testimonianza di buone idee, buone prassi, valori in cui vale la pena credere.
A ben guardare non è poco, ma sicuramente è alla portata di tutti.
Fabio Bravo