Archivio per la categoria ‘Cibernetica’

Fabio Bravo riceve il Premio Nazionale Vittorio Frosini, giunto alla Terza Edizione

Giovedì 15 aprile 2010, presso l’Università di Roma Tre, nell’ambito di un convegno in tema di censura, si è celebrata la consegna del Premio Nazionale Vittorio Frosini, giunto alla sua Terza Edizione.

Il Premio è stato vinto dal sottoscritto, che ha concorso con la propria tesi di dottorato di ricerca in Informatica giuridica e diritto dell’informatica dal titolo “Contrattazione telematica e contrattazione cibernetica, poi pubblicata per i tipi della Giuffrè nella collana del Prof. Guido Alpa “Diritto dell’informatica”.

L’autorevolissima Commissione che ha valutato le tesi di dottorato in concorso era composta dal Prof. Pietro Rescigno (Presidente), il Prof. Vincenzo Zeno-Zencovich e il Prof. Tommaso Edoardo Frosini.

Sono felice ed onorato per l’assegnazione del Premio con cui si celebra la memoria del Prof. Vittorio Frosini, padre e fondatore dell’informatica giuridica in Italia.

Ho conosciuto il Prof. Frosini personalmente. Ho sentito le sue lezioni, ho studiato sui suoi libri, ho avuto l’onore di averlo come Co-Relatore nella tesi di laurea sui problemi giuridici di Internet, all’Università la Sapienza. Ho frequentato anche il suo Istituto di Teoria dell’Interpretazione e di Informatica Giuridica, ove avevo anche concluso il Corso di Perfezionamento in Informatica giuridica, agli albori del mio percorso di approfondimento scientifico con cui ponevo le primissime basi del mio percorso di carriera universitaria.

Oltre che come insigne studioso, capace di precorrere i tempi come pochi altri, ricordo il Prof. Vittorio Frosini con sempre viva emozione per il suo lato profondamente umano. Mi hanno colpito il suo sorriso costante, la sua bontà d’animo e la sua profonda passione per la materia, passione che mi ha trasmesso e che custodisco gelosamente. Ha segnato in maniera indelebile tutta la mia attività scientifica, che nell’attenzione alle nuove tecnologie ha il suo filo conduttore, in una prospettiva inevitabilmente interdisciplinare.

Fabio Bravo

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Ibridazioni uomo-macchina. Ancora sul dialogo tra chip e neuroni (l’attenzione del mondo industriale: Intel e Toyota)

Su La Stampa è apparso un articolo dal titolo “Chip nei neuroni per comandare computer e TV“, in cui vengono dipinte come fossero una novità la ricerce di Intel e, poi, di Toyota.

Si legge nell’articolo, infatti, che

Lo scenario da fantascienza si apre grazie alle ricerche che sta compiendo la Intel. L’azienda elettronica americana sta studiando di impiantare nel cervello umano un chip capace di trasformare le onde del nostro cervello in impulsi elettrici per dialogare con le apparecchiature elettroniche.

Ancora, nel medesimo articolo viene altresì riportato che 

Nei laboratori Toyota, gli scienziati hanno realizzato un modello di sedia a rotelle che viene controllata direttamente con il cervello.

Come fatto presente in altri post su questo blog, le ricerche sull’ibridazione uomo-macchina, sulla possibilità di comandare  apparecchi elettronici, mano robotiche e sedie a rotelle (ed in futuro anche automobili) mediante impulsi cerebrali non rappresentano una novità assoluta, ma sono il frutto di un’attività che impegna da tempo illustri esponenti del mondo accademico, tra cui, sicuramente il più noto, Kevin Warwick, Professore di Cibernetica all’Università di Reading (cfr. il progetto “Cyborg 1.0″ del 1998 e “Cyborg 2.0″ del 2002)

L’articolo de La Stampa è interessante perché ci rimarca come l’attenzione dell’industria (Intel, Toyota) sia destinata a rendere operante lo scenario finora realizzato nei laboratori delle università.

Non si tratta di fantascienza, ma di realtà non conosciuta ai più.

E’ importante ragionare su questi temi, illustrarli e pensare come affrontarli. Occorre anche in questo caso una convergenza interdisciplinare, in grado di analizzare e prevedere gli effetti sociali dell’introduzione di tali tecnologie, quando saranno su larga scala, per poi sindacare le soluzioni giuridiche con il supporto di tutte le scienze utili a comprendere quale tipo di modernizzazione vogliamo per la nostra società (mi riferisco all’etica, alla filosofia, alla sociologia e, ovviamente, alla politica ed al diritto). 

Fabio Bravo

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Cyborg e mano bionica. Un altro passo avanti

L’integrazione unomo-macchina ha fatto ulteriori passi avanti.

Una ricerca condotta dall’Università di Lund, in Svezia, e dalla Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa, ha realizzato la SmartHand, una mano robotica che ha il pregio di restituire al soggetto che se ne avvale la percezione tattile.

Ecco il link alla pagina del progetto, ove recuperare le informazioni tecnico-scientifiche e i contatti.

Viene spiegato in un articolo di Ketty Areddia per Il Corriere della Sera, dal titolo “La mano bionica che sente la presa“, che

Finora, la robotica aveva inventato arti elettronici che, per quanto precisi, erano poco più che pinze mosse dalla contrazione dei muscoli del braccio. Oggi, invece, grazie ad alcuni sensori (40 per la precisione) e a quattro piccoli motori elettrici, le dita artificiali restituiscono al cervello la sensazione di spinta e la consistenza di un oggetto.

(…)

Spiega il meccanismo Christian Cipriani, ingegnere dell’Arts Lab di Pisa, guidato dalla professoressa Maria Chiara Carrozza: «Noi del Sant’Anna abbiamo sviluppato la mano robotica, un sistema in grado di afferrare gli oggetti e allo stesso tempo con un elevato numero di sensori, che rilevano la posizione delle dita (detta propriocezione) e misurano le interazioni con il mondo esterno. Quello che è cambiato rispetto alle mani robotiche inventate finora, è l’interfaccia sensoriale. Abbiamo, cioè applicato al moncone dei micromotori primordiali che, ad esempio, appena la mano artificiale tocca una bottiglia, spingono a livello superficiale su alcuni punti dell’arto cosiddetto “fantasma” e inviano così al cervello la sensazione del tatto».

Il funzionamento della SmartHand si basa sul ricordo cerebrale della mano mancante.

A tal riguardo nell’articolo citato si precisa che

Dopo un’amputazione, infatti avviene un rimappamento cerebrale, per cui alcuni punti dell’arto rimasto corrispondono al mignolo, altri all’anulare etc… In pratica, all’amputato rimane la sensazione della mano, anche se la mano non c’è più, perché è ancora presente nel nostro cervello. «Restituire la sensazione del tatto a una mano artificiale è importante, perché per quanto sofisticati siano gli arti artificiali non è facile muoverli in maniera controllata, se non si ha la percezione di quello che si fa», aggiunge Cipriani.

 L’intervista rilasciata da un giovane al quale la mano robotica è stata installata e sperimentata rivena il suo enorme entusiasmo, riportato ancora una volta da Ketty Areddia,

«È incredibile, quando afferro un oggetto duro riesco a sentirlo sulla punta delle dita, ed è strano visto che le dita non le ho più – ha commentato entusiasta Robin quando ha indossato la nuova mano -. Riesco anche a controllare molto meglio il mio movimento, visto che percepisco meglio quello che sto facendo».

La ricerca si colloca sul filo di una sperimentazione legata da un unico filo conduttore: quello che vede non solo l’interazione ma anche l’integrazione tra l’uomo e la maccina, mirando ad una ibridazione bionica che possa restituire all’uomo le funzionalità mancanti e, secondo altre prospettazioni, far accrescere nell’uomo “normale” le funzionalità, come in una sorta di evoluzione della specie umana.

Si veda, in proposito, anche la sperimentazione condotta da Kevin Warwick, a cui avevo fatto cenno nel post “Ibridazione uomo-macchina. L’avvetno dei Cyborg“.

Kevin Warwick aveva fatto ricorso all’impiantologia per innestare sul proprio sistema nervoso un chip sottocutaneo con cui riusciva a comandare, attraverso impulsi cerebrali, il movimento di una mano e, con sperimentazione successiva, aveva anche sondato la possibilità di feedback in entrata, estendendo il progetto alla comunicazione umana cervello-cervello senza l’intermediazione del linguaggio, mediata dagli impulsi cerebrali in entrata ed in uscita che due soggetti potevano scambiarsi interagendo ciascuno direttamente attraverso il chip installato sulle terminazioni nervose del proprio braccio.

Con riferimento alla mano robotica del progetto SmartHand, invece, l’articolo evidenzia la futura evoluzione proprio nel senso della realizzazione dell’ibridazione uomo-macchina, al fine di installare chirurgicamente i sensori e gli elettrodi con le terminazioni nervose del soggetto che ospita l’arto artificiale.

Nell’articolo del Corriere, infatti, si precisa testualmente che

Gli esperimenti condotti finora non sono stati invasivi, non hanno cioè previsto un intervento chirurgico, ma in futuro si spera che l’applicazione della SmartHand sia fatta a livello neurale, impiantando degli elettrodi nel sistema nervoso periferico dell’arto residuo.

L’importanza di queste ricerche si accompagna però ad un dilemma etico, dato che è sicuramente positivo l’utilizzo delle ricerche scientifiche per restituire un arto o un organo a chi l’ha perso, mentre è di più incerta collocazione (nel dibattito etico e scientifico, ma anche giuridico e sociale) il ricorso volontario della tecnologia bionica, con ibridazione uomo-macchina, per chi non ha perso alcuna funzionalità, ma ha solamente il desiderio di avere nuove potenzialità da sfruttare, reputando tali opportunità come parte dell’anello evolutivo della specie umana, che assiste all’avvento del super-uomo (Übermensch).

Sul tema ritornerò per tenere alto l’interesse alle problematiche sottese, da affrontare con un approccio interdisciplinare.

Fabio Bravo

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Strumenti di decision making nell’attività contrattuale on-line. Il decision engine

Venerdì scorso, al Master in Diritto delle Nuove Tecnologie e Informatica Giuridica dell’Università di Bologna, organizzato dal CIRSFID, ho tenuto quattro ore di lezione su commercio elettronico e conclusione del contratto on-line, soffermandomi su alcune teorie che avevo elaborato ed esposto nel mio volume “Contrattazione telematica e contrattazione cibernetica”, pubblicato con la Giuffrè.

Ho avuto modo di soffermarmi anche sulla possibilità delle trattative telematiche via web, che costituisce anche questo un mio vecchio “cavallo di battaglia” preannunciato in alcune lezioni tenute nel 2002 presso l’Università di Roma La Sapienza e oggetto di un percorso di riflessione e ricerca che ha visto le mie prime pubblicazioni sul tema dal 2003 (Cfr. F. Bravo, Le trattative nei contratti telematici, in Contratti, 2003, n. 7, pp. 739 e ss., prelevabile in PDF, draft version, dalla pagina pubblicazioni del mio sito personae).

Ciò che avevo teorizzato, in ordine alla possibilità di trattative telematiche individuali su siti web anche in assenza di applicazioni di intelligenza artificiale (es. software agents), ha avuto successivamente l’adesione di dottrina autorevole (compreso quella del Prof. Giovanni Perlingieri, che conferma in toto nel 2004, nell’opera curata dalla Prof.ssa Daniela Valentino, quanto avevo pubblicato nel 2003, ma adesivamente si sono espressi anche altri rilevanti autori) e qualche voce dissenziente, compreso quella significativa di Emilio Tosi che, a commento di ciò che avevo scritto, ribadiva l’idea che la trattativa contrattuale via web non rispondese all’idealtiplus di contratto telematico stipulato tramite sito Internet, per il quale la trattavia sarebbe negata, in quanto l’unica alternativa rimarrebbe quella tra il sì ed il no da utilizzare per l’accettazione o il rifiuto delle condizioni generali immodificabili di un contratto per adesione, che, in caso di accettazione, verrebbe a concludersi tramite pressione del “tasto negoziale virtuale”.

Proprio a dimostrare la fattibilità e la praticabilità con successo della negoziazione on-line delle clauole contrattuali, oltre ad alcuni miei scritti teorici, ho dato impulso al progetto “E-Contract-U”, in fase di ultimazione, destinato a realizzare un sistema on-line di trattativa telematica delle clausole contrattuali. Il sistema  arriva ad una personalizzazione del contratto che si propone di avere, per le clausole o gli elementi di clausola negoziati, i connotati della trattativa individuale.

Nelle prossime settimane indicherò i link ed il materiale di tale progetto, che attualmente si svolge tutto in area riservata.

Più in generale, l’attività contrattuale on-line, compreso quella che ha le pretese di assurgere (un domani) a negoziazione cibernetica, si avvale di strumenti di ausilio diversi, alcuni dei quali allo stadio sperimentale per gli impieghi negoziali (es. agenti software), altri invece già lanciati sul mercato, come i decision engine, che possono essere utilizzati a supporto dell’attività negoziale dell’utente oppure, se automatizzati, a supporto del decision making di strumenti di intelligenza artificiale (agenti software).

L’analisi dei “decision engine”, dunque, si mostra estremamente interessante sotto questo profilo, perché essi rappresentano una evoluzione significativa dei motori di ricerca, finalizzati al supporto delle decisioni, e costituiscono un interessante step intermedio per giungere, con una successiva evoluzione, ad una loro utilizzazione direttamente per l’adozione della decisioni negoziali, che ora si limitano a supportare solamente.

In altre parole, il “decision engine” attuale (come “bing” della Microsoft – cfr. VIDEO e LETTER e articolo su la Repubblica) potrebbe arrivare presto non solo a selezionare le informazioni per aiutare l’utente a compiere le proprie scelte di acquisto, ma anche a completare le operazioni contrattuali al posto dell’utente.

Si apre la strada, cioè, all’avvento effettivo della contrattazione cibernetica, su cui già ho avuto modo di proporre una mia costruzione teorica, con impalcatura differente rispetto a quanto già illustrato in precedenza dalla dottrina, quanto ai problemi ed alle soluzioni giuridiche che si dipanano (cfr. F. Bravo, Contrattazione telematica e contrattazione cibernetica, Giuffrè, Milano, 2007).

E’ bene che su tali temi possa proseguire il confronto scientifico, in modo che, con l’avanzare della tecnologia, la società e chi per essa è tenuto ad adottare in via politica e legislativa le soluzioni più adegate, possa contare su una solida base, evitando quella dannosa improvvisazione che troppo spesso connota le scelte normative di diritto dell’informatica.

Fabio Bravo

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Bambino robot e autoapprendimento.

È stata diffusa la notizia, corredata di video, di un robot che emula il comportamento di un bambino.

Ciò che appare più sorprendente, oltre alla impressionante capacità di atteggiarsi in maniera molto realistica grazie a tecnologie molto sofisticate, è la capacità di autoapprendimento del sistema cibernetico.

Il robot, dotato di telecamere negli occhi, non ben distinguibili dall’osservatore, è in grado non solo di riprendere ciò che vede, ma anche di elaborare le informazioni ed imparare dall’ambiente e dalle relazioni sociali intessute nel corso del tempo.

A questo link è possibile vedere un interessante servizio video apparso su La Stampa on-line.

Fabio Bravo

Muscoli artificiali reagiscono a stimoli elettrici

Science Daily ha diffuso una notizia, ripresa dal Corriere, secondo cui sarebbero stati realizzati muscoli artificiali

«in grado di reagire in modo controllato a stimoli elettrici, compiendo movimenti guidati. In poche parole i muscoli artificiali sono dispositivi che si basano su leggere strisce di plastica (o di altri materiali adeguati) che si contraggono o distendono quando sono sollecitati con l’elettricità».

Precisa il Corriere che

«I muscoli artificiali sono una delle ultime frontiere nel campo della biotecnologia e il loro prossimo sviluppo potrà avere applicazioni in medicina, nella robotica e addirittura in campo militare.»

Tali nuove tecnoclogie, prosegue l’articolo, sono state illustrate dagli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory (JPL) del California Institute of Technology e altri ricercatori internazionali, come il team dell’Università di Pisa guidata da Federico Carpi, nell’ambito del simposio annuale SPIE (Smart Structures and Materials & Nondestructive Evaluation & Health Monitoring).

L’invenzione mi sembra particolarmente interessante sopratutto per le possibili applicazioni nell’ambito della robotica e della cibernetica.

Fabio Bravo

Dotazioni USB nel dito

Osservo con attenzione i mutamenti sociali legati alle nuove tecnologie, tra i quali appaiono di gran lunga più significativi quelli legati al mondo dei cyborg, caratterizzati dall’integrazione uomo-macchina.

Una notizia diffusa oggi da Alessandra Carboni per il Corriere della Sera (vedi l’articolo «La memoria di un dito») riporta il caso di un programmatore che, a seguito della perdita della falangetta (falange ungueale) dell’annulare della mano sinistra, a causa di un incidente, decide di farsi impiantare una protesi mobile con impiantata un’unità di memoria USB.

Nell’articolo citato è possibile reperire il link alle foto che documentano la protesi ed al post che il programmatore in questione ha dedicato all’argomento nel suo blog personale.

Ovviamente non si ha un vero e proprio caso di integrazione uomo-macchina, dato che si tratta di protesi mobile e il drive USB non è in grado di dialogare o interagire con il sistema «uomo».

Tuttavia il caso rimane interessante perché lascia presagire possibili sviluppi delle integrazioni uomo-macchina, ove le unità di memoria venissero installate sul corpo umano unitamente ai microchip già sperimentati, ad esempio, da Kevin Warwick.

Fabio Bravo

I Robots e la questione del controllo

Noel Sharkey, professore di Computer Science all’Università di Sheffield, lancia un monito, raccolto da Giovanni Caprara per il Corriere della Sera nel suo articolo «2011, l’invasione dei robot»:

«I robot stanno per diventare un pericolo, dobbiamo pensare a come difenderci».

L’attenzione del Prof. Sharkey è rivolta non solo alla robotica, ma anche alle conseguenze che la sua massiva introduzione porterà nel nostro sistema sociale ed economico.

L’impatto dell’uso degli androidi sarà sicuramente senza precedenti e produrrà conseguenze irreversibili. Lo stato della tecnica è particolarmente avanzato, molto più di quanto non si riesca a credere.

Non si ha, infatti, la percezione di quanto avanti siano le ricerche scientifiche e non appena il progresso sarà accompagnato da possibilità di una più vasta commercializzazione dei prodotti ora allo stato prototipale, ma che presto saranno perfezionati in versione definitiva, avremo un’ambiente profondamente mutato.

Sharkey avverte sul rischio che l’uso degli androidi porti ad affrontare a breve rischi nuovi per la società, visto che potrebbero poi sfuggire al controllo.

Occorrerà allora ripensare fin da subito, prima che il «poi» diventi realtà, a come affrontare il rischio, per l’uomo, della perdita di controllo sugli androidi.

L’articolo di Caprara è sottile, perché coglie anche un altro aspetto del timore di Sharkey, quello legato a chi dovrà stabilisce come controllare gli androidi e la loro introduzione nella società civile. Infatti, se questa non prende coscienza del problema fin da ora, potrà capitare a breve che le regole vengano dettate solamente dal mondo militare e da quello industriale, senza alcun equilibrio con le possibili diverse esigenze di chi dovrà relazionarsi con un robot antropomorfo usato per i servizi domestici, per esigenze di compagnia e divertimento o per impieghi in altre realtà come esercizi commerciali, musei, case di cura, etc.

Questi decisivi mutamenti sociali, che realizzeranno le visioni di Isaac Isimov e ci costringeranno presto a confrontarci con le sue famose leggi della robotica, appaiono vicini se si pensa alle statistiche diffuse dalla International Federation of Robotics (IFR), all’esito dello studio «World Robotics 2008», ove si è avuto modo di precisare che

At the end of 2007 about 1 million industrial robots and 5.5 million service robots were worldwide operating in factories, in dangerous or tedious environment, in hospitals, in private houses, in public buildings, underwater, underground, on fields, in the air, in the space – robots are everywhere! Up to the end of 2011 more than 17 million service robots and 1.2 million industrial robots will populate the world, reports the IFR Statistical Department in the new study “World Robotics 2008”, which was published on October 15, 2008.

Rimando alla lettura integrale dell’articolo di Caprara per una migliore percezione del problema. Qui mi limito a citare alcune parti:

la maggior parte la ritroveremo in ambienti di vita familiari, domestici o che comunque frequentiamo nella nostra quotidianità. «Le indagini ci dicono che ormai molti bimbi preferiscono il robottino al tradizionale orsacchiotto di peluche—nota Sharkey in un articolo pubblicato sulla rivista americana Science —, che numerosi anziani sono seguiti nelle case di cura e in alcuni ospedali da robot, aiutandoli nella loro indipendenza e ricordando loro quando prendere le medicine. Ma anche nei musei, oltre ovviamente alle fabbriche, i robot sono sempre più presenti. Quindi significa che gli umani passano sempre più tempo in compagnia dei robot affrontando rischi che non possiamo ignorare e finora sottovalutati». Proprio l’esplosione nella quantità di queste macchine e soprattutto la loro intelligenza sempre più sofisticata amplia, infatti, la possibilità che possano sfuggire al controllo. E che il loro software li porti a compiere azioni pericolose non previste, frutto di anomalie o errori dei sistemi.

(…)

«Se non si interviene—sostiene allarmato Sharkey — finirà che le decisioni circa le applicazioni dei robot saranno prese dai militari e dagli industriali che li producono invece che da organismi internazionali che considerano prima di tutto il cittadino». E per dare la dimensione di quanto la robotica sia ad esempio ormai diffusa negli ambienti militari in impieghi terrestri e aerei ricorda che in Iraq i robot di diverso tipo utilizzati sono quattromila. Complessivamente i robot in grigioverde oggi sono il 25 per cento di tutti i robot di servizio attivi. Ma Sharkey aggiunge pure un’altra preoccupazione: «La tecnologia — nota — nonostante sia sempre più sofisticata è diventata più economica e consente già di realizzare in casa dei marchingegni automatici da utilizzare come sistemi di offesa a scopo terroristico». La crescita ha trasformato ovviamente i robot anche in un gigantesco affare: il mercato mondiale ha raggiunto il valore di 18 miliardi di dollari, un terzo del quale è rappresentato dai robot industriali.

(…)

L’area tuttavia in cui si prevede il maggior sviluppo è quella del robot di intrattenimento e piacere che quasi triplicheranno rispetto ad oggi. Ciò significa che il contatto con questa tecnologia diventerà davvero intimo e sempre più protagonista delle nostre abitazioni. Valutare i rischi e scrivere regole adeguate di prevenzione e tutela da parte degli umani che devono interagire sarebbe dunque necessario. Ma sarebbe altrettanto utile per i produttori, i quali finalmente disporrebbero così di riferimenti precisi entro i quali salvaguardare diritti e necessità.

Nei successivi post Vi indicherò esempi concreti su come la robotica sta progredendo.

Poi, cercheremo di tracciare un ragionamento per ciò che concerne le scelte giuridiche.

Comunicazioni tra Robots (e tra Robots e Umani)

Vi segnalo questo interessante progetto di ricerca sia sulla comunicazione tra robots che su quella tra robots ed esseri umani, portato avanti dall’Università di Bologna.

Il nome del progetto è «ROSSI» ed è l’acromino del suo titolo in inglese, che per esteso è «Emergence of communication in RObots through Sensorimotor and Social Interaction».

Come riportato anche sul sito dell’Università di Bologna,

This project is focused on the development or emergence of communication between robots and between robots and humans. In particular, the project will address the question of how critical it is for communicating agents to share the same general view of the world. Agents possessing different sensory and motor systems may have different views of the world and therefore may have difficulties in communicating. We will explore to what extent and which aspects of world models must be shared in order to facilitate communication between between robots and humans.

We wish to increase understanding of the requirements of affordance based world models, shared models and communication provided by such models.

Recent neurophysiological data have shown
that in the premotor cortex there are two sets of neurons: one active during the execution of specific object-directed actions and also responding to the visual presentation of the object that recruits the specific action coded motorically by the neuron (canonical neurons); the other that respond to the visual presentation of actions done by others and to their corresponding verbal labels in the same way as they respond when the action is done by the organism (mirror neurons).

This neurophysiological evidence is the platform on which it is possible to construct robots that are able to communicate and co-operate with people, based on understanding of objects, actions, and processes in their environment. The focus of this project is the construction of robots that are able to process simple commands (words referred to actions acting upon objects and specifying objects) and to respond appropriately by interacting with different kinds of objects and entities in their environment. To pursue this goal an interdisciplinary team has been assembled, including psychologists, neuroscientists, computer scientists and robotics engineers.

Il coordinamento scientifico del progetto è affidato all’Università di Bologna – Dipartimento di Psicologia (Responsabile Scientifico: Prof.ssa Anna Maria Borghi).

Al progetto, che ha carattere internazionale, partecipano : Università di Bologna (Italy); Università di Parma (Italy); Hggsklan I Skovde (Sweden); Universitaet zu Luebeck (Germany); Middle East Technical University (Turkey); Aberystwyth University (UK).

Questo è il sito del Progetto.

A questo link, invece, sono disponibili le pubblicazioni in PDF, per chi desiderasse immergersi negli approfondimenti.

La Memristor al posto della RAM

pc_brain2 Ho già avuto modo di segnalare le due innovazione del 2008 che mi hanno colpito di più tra quelle apparse nella top-ten stilata dal Wired.

Dopo essermi soffermato sui Chip edibili, in questo post riprendo il discorso per qualche spunto di riflessione sull’invenzione delle Memristor.

Frutto di ricerche effettuate presso i laboratori di HP, le Memristor (ovvero «Memory Resistor») sono destinate a soppiantare le RAM, attualmente in uso su ogni computer. A differenza di queste ultime, le Memristor consentono di mantenere in memoria i dati trattati ed i processi effettuati dal computer prima dell’operazione di spegnimento.

A parte il recupero in termini di efficienza (per via del fatto che l’accensione del PC sarà istantanea, senza necessità di attendere gli attuali lunghi tempi di avvio), ciò che più mi colpisce è la possibilità di replicare una delle caratteristiche fondamentali del cervello umano: mantenere la memoria di ciò che si sta facendo, senza dover ripartire sempre da capo.

Le Memristor, infatti, sono una sorta di RAM non volatile, che consente di riprendere l’operatività del PC dal medesimo punto in cui lo si è lasciato. Le applicazione che ne possono derivare sono molteplici ed al limite del futuribile.

Questo tipo di tecnologie lascia ampio spazio alle applicazioni cibernetiche e robotiche, volte a replicare le funzionalità del cervello umano o del comportamento umano (sul tema si veda, ad esempio, il Programma SyNAPSE del DARPA, di cui ha fatto il resoconto Luca Annunziata su Punto-Informatico).

Con questa premessa, ripromettendo di proseguire il discorso sull’evoluzione delle tecnologie per discutere su come si sta evolvendo la nostra società (Information Society) e su come andrebbe affrontato il discorso giuridico per regolamentarla (ICT Law), riporto di seguito i passaggi che più mi hanno colpito dell’articolo della rivista Wired sulle Memristor, lasciandovi al link che vi ho segnalato per una lettura completa:

Researchers at HP Labs have built the first working prototypes of an important new electronic component that may lead to instant-on PCs as well as analog computers that process information the way the human brain does.

(…)

Researchers believe the discovery will pave the way for instant-on PCs, more energy-efficient computers, and new analog computers that can process and associate information in a manner similar to that of the human brain.

According to R. Stanley Williams, one of four researchers at HP Labs’ Information and Quantum Systems Lab who made the discovery, the most interesting characteristic of a memristor device is that it remembers the amount of charge that flows through it.

Indeed, Chua’s original idea was that the resistance of a memristor would depend upon how much charge has gone through the device. In other words, you can flow the charge in one direction and the resistance will increase. If you push the charge in the opposite direction it will decrease. Put simply, the resistance of the devices at any point in time is a function of history of the device –- or how much charge went through it either forwards or backwards. That simple idea, now that it has been proven, will have profound effect on computing and computer science.

“Part of what’s going to come out of this is something none of us can imagine yet,” says Williams. “But what we can imagine in and of itself is actually pretty cool.”

For one thing, Williams says these memristors can be used as either digital switches or to build a new breed of analog devices.

For the former, Williams says scientists can now think about fabricating a new type of non-volatile random access memory (RAM) – or memory chips that don’t forget what power state they were in when a computer is shut off.

That’s the big problem with DRAM today, he says. “When you turn the power off on your PC, the DRAM forgets what was there. So the next time you turn the power on you’ve got to sit there and wait while all of this stuff that you need to run your computer is loaded into the DRAM from the hard disk.”

With non-volatile RAM, that process would be instantaneous and your PC would be in the same state as when you turned it off.

Scientists also envision building other types of circuits in which the memristor would be used as an analog device.

Indeed, Leon himself noted the similarity between his own predictions of the properties for a memristor and what was then known about synapses in the brain. One of his suggestions was that you could perhaps do some type of neuronal computing using memristors. HP Labs thinks that’s actually a very good idea.

“Building an analog computer in which you don’t use 1s and 0s and instead use essentially all shades of gray in between is one of the things we’re already working on,” says Williams. These computers could do the types of things that digital computers aren’t very good at –- like making decisions, determining that one thing is larger than another, or even learning.

While a lot of researchers are currently trying to write a computer code that simulates brain function on a standard machine, they have to use huge machines with enormous processing power to simulate only tiny portions of the brain.

Williams and his team say they can now take a different approach: “Instead of writing a computer program to simulate a brain or simulate some brain function, we’re actually looking to build some hardware based upon memristors that emulates brain-like functions,” says Williams.

(…)

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