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Biometria e riconoscimento facciale sull’iPhone per l’identificazione dei sospettati da parte della polizia

L’identificazione delle persone sospette o ricercate può avvenire anche ricorrendo ad un’applicaizone biometrica installata sull’iPhone, come risulta da portale del Gruppo ADN-Kronos, ove è stata replicata (con il titolo “Scatta una foto e scopri il criminale. Con l’iPhone la polizia ha una marcia in più“) una notizia diffuda dal MailOnline, con cui si rende noto che la polizia usa una “iPhone app” per identificare un sospetto attraverso la biometria facciale (“Police use iPhone app that can identify a suspect by taking a foto of their face“).

Stando all’articolo da ultimo citato, il sistema funziona con i seguenti steps:

- viene scattata una foto digitale del sospettato direttamente con l’iPhone;

- la foto viene caricata on-line (upload) dall’iPhone all’interno di un sistema informatico protetto ad accesso riservato, avvalendosi del collegamento ad Internet;

- la foto digitalizzata viene confrontata, tramite le caratteristiche biometriche facciali, con le altre foto “segnaletiche” presenti nel database del sistema informatico centrale;

- ove risultino corrispondenze tra foto del sospettato e foto segnaletiche archiviate nel database centrale, il sistema informatico centralizzato invia direttamente sull’iPhone tutti i dati del soggetto (dati identificativi, foto e ulteriori informazioni).

La tecnologia, denominata MORRIS (Mobile Offender Recognition and Identification System), non è nuova e si basa sul riconoscimento facciale per l’identificazione del sospettato o del criminale, mediante l’uso di un apparecchio mobile.

La novità risiede dunque non nella tecnologia di base, ma nell’uso di una più agevole interfaccia, grazie all’app dell’iPhone.

Ecco come il sistema viene illustrato dall’articolo citato:

The app employs biometric information such as facial recognition software to help police identify suspects within seconds.

Known as MORIS (Mobile Offender Recognition and Identification System), the system lets police officers take a photo of a suspect, upload it into a secure network where it is then analysed.

The system itself has been around for a number of years but this is the first time the iPhone’s unique combination of easy interface and high-end capability have been used by the police in this way.

If a biometric match is made, the identity, photo and background information about the suspect is transmitted back to the police officer’s iPhone and displayed.

Occorre ponderare bene l’uso di questi strumenti tecnologici, sia per il rischio dei “falsi positivi” (che si riscontrano in tutti i sistemi biometrici), sia per le modalità con cui il database centralizzato viene costruito e le informazioni aggiornate o cancellate (si pensi, ad esempio, ai casi di persone rinviate a giudizio e poi assolte, in primo o addirittura in secondo grado, con la formula piena “per non aver commesso il fatto” o “perché il fatto non sussiste” e simili).
Fabio Bravo
www.fabiobravo.it

Passaporto biometrico

E’ entrato a regime il passaporto biometrico.

Dal sito della Polizia di Stato si possono avere le informazioni sulle modalità di rilascio.

Come riassunto dal comunicato dell’ANSA,

Nei nuovi documenti di viaggio e’ previsto l’inserimento della foto, della firma digitalizzata e anche impronte digitali. Sul passaporto dovranno comparire le impronte del dito indice di tutte e due le mani, prima la destra e poi la sinistra. Solo gli uffici di polizia, questure e commissariati, sono abilitati a rilevarle. Per i minori di 14 anni, compariranno i dati dei genitori.

Sul sito della Polizia di Stato viene precisato che

Sul passaporto ordinario è introdotta la firma digitalizzata del titolare che è stampata a pag.2 del libretto.

Sono previsti dei casi di esenzione dalla firma:

  • Minori di anni 12;
  • Analfabeti (documentato con un atto di notorietà);
  • Coloro che presentino una impossibilità fisica accertata e documentata che impedisca l’apposizione della firma;

In questi casi al posto della firma ci sarà la dicitura “esente” scritta anche in lingua inglese e francese.

Quanto ai minori

ci sono già stati dei cambiamenti. Ora infatti il minore si deve dotare di un passaporto individuale, pertanto non è più possibile per il genitore iscrivere il figlio minore sul proprio passaporto.

Viene poi precisato che

le impronte digitali possono essere acquisite solo presso gli uffici della Polizia di Stato anche in tempi differiti rispetto alla presentazione dell’istanza

e che

La domanda (…) per il rilascio può essere presentata presso i seguenti uffici del luogo di residenza o di domicilio o di dimora:

  • la Questura
  • l’ufficio passaporti del commissariato di Pubblica Sicurezza
  • la stazione dei Carabinieri
  • Comune di residenza

E’ possibile scaricare, sul sito della Polizia di Stato, il modulo per la richiesta di passaporto in PDF, con l’avvertenza che

le questure stanno ancora utilizzando il vecchio modulo in attesa del nuovo tipo stampato dal Poligrafico dello Stato

Viene prestata atetnzione anche all’informativa in materia di protezione dei dati personali,ove si dovrà tener conto della specificità del trattamento tramite uso di strumenti biometrici.

Ricordiamo che insieme al modulo di richiesta del passaporto i cittadini dovranno sottoscrivere e consegnare anche un foglio su carta intestata, rilasciato in questura al momento poiché deve essere in originale, contenente una informativa di garanzia sul trattamento dei dati personali concordata con l’ufficio del Garante sulla riservatezza dei dati personali e con il Ministero degli Affari Esteri.

Copia dell’informativa sarà rilasciata al cittadino.

Norme particolari sono previste per i minori.

L’uso della biometria nel passaporto ha destato molte critiche.

Le tecnologie per la sicurezza e per il controllo sociale vanno usate con oculatezza, ammettendo l’eventualità che il riscontro biometrico possa dare falsi positivi e falsi negativi.

Per riflettere meglio sul “livello di sicurezza” del passaporto biometrico, vi ripropongo di leggere il post che avevo scritto il 30 giogno 2009 su Information Society & ICT Law, dal titolo “Passaporto biometrico. Dalla fotografia alle impronte digitali“.

Ritornerò sull’argomento e, più in generale, sulla biometria, con altre osservazioni.

Fabio Bravo

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C’è privacy e privacy. Stefano Rodotà, le intercettazioni e la privacy del potere

Sul ddl di riforma della disciplina sulle intercettazioni Stefano Rodotà più volte si è già espresso con parole dure.

Tuttavia, nota l’illustre giurista, il biasimo sulla privacy usata come schermo per altri fini ha portato all’ececsso opposto: quello di negare dignità alla privacy.

L’uso strumentale della privacy, in altre parole, avrebbe prodotto in gran parte dell’opinione pubblica uno svilimento del valore che la privacy intende proteggere.

L’insidia si cela dietro il ritornello, che abbiamo sentito molte volte, secondo cui chi non ha nulla da nascondere non deve temere di essere intercettato, controllato, monitorato. Ossia, è solo chi ha qualcosa da nascondere che invoca il diritto a non essere controllato.

Ma l’argomento è fallace e bisogna prestare attenzione per evitare equivoci interpretativi.

Per questo Vi ripropongo l’articolo di Stefano Rodotà dal titolo “Se si usa la privacy per difendere il potere“, di cui riporto di seguito i passaggi più significativi.

Con riguardo alle reazioni dell’opinione pubblica che manifestava contro il disegno di legge del Governo sulle intercettazioni, Rodotà dice:

Quando ho visto in piazza Montecitorio un cartello che proclamava “Non ho nulla da nascondere. Intercettatemi”, sono stato preso da un vero scoramento, mi sono chiesto il perché di quella protesta estrema e mi è sembrato subito evidente che la nostra fragile cultura della privacy è a rischio proprio a causa di una legge che proclama di volerla proteggere.

Ancora, si sofferma a riflettere sul perché:

Non è un esito paradossale. È il risultato di una riflessione sociale.

Un´opinione pubblica sempre più larga si è resa conto che quella non era una legge a tutela della riservatezza delle persone, ma uno scudo protettivo per un ceto di cui si scoprivano l´immoralità civile, i mille traffici, la corruzione come regola.

Da qui la reazione estrema, “intercettateci tutti”, che ricorda il grido disperato dei ragazzi di Locri dopo l´ennesimo delitto della ´ndrangheta, “ammazzateci tutti”.

Occorre stare attenti, perché da un eccesso si può giungere all’estremo opposto.

Rodotà prosegue così il suo attento ragionamento, ammonendo sul rischio che si percorrano strade che conducano nella direzione sbagliata:

Ma questa esasperazione ci porta nella direzione sbagliata.

Dico per l´ennesima volta che l´“uomo di vetro” è immagine nazista, è l´argomento con il quale tutti i regimi totalitari vogliono impadronirsi della vita delle persone.

Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere.

E così, appena qualcuno vuole rivendicare un brandello di intimità, diventa un “cattivo cittadino” sul quale lo Stato autoritario esercita le sue vendette.

Chi rivendica per sè la propria intimità diviene oggetto di sospetto. Per il solo fatto di volere la riservatezza o la discrezione della dimensione privata, lontana dagli occhi e dalel orecchie degli altri, un soggetto rischia di diventare sospettato o indiziato.

È un argomento, dunque, da non usare mai, così come mai si deve ricorrere al suo opposto, all´uso strumentale della difesa della privacy per occultare comportamenti illegali o socialmente inaccettabili, per negare la trasparenza e la controllabilità dell´esercizio d´ogni potere.

Entrambi questi atteggiamenti screditano la privacy agli occhi dei cittadini e occultano la realtà.

Ricorda Rodotà che la privacy dei cittadini ha subito duri colpi, senza che la realtà sia emersa in tutta la sua essenza.

Una realtà che, in questi anni, ha conosciuto gravi limitazioni della privacy dei dipendenti pubblici e il capovolgimento dell´impostazione con la quale si era cercato di mettere le persone al riparo dai disturbatori telefonici che invadono con pubblicità sgradite la sfera privata.

Pur a fronte della pesante limitazione della tutela della “privacy dei cittadini”, la forza politica di governo ora intende tutelare con rigore la “privacy del potere”.

Ecco come prosegue il nostro giurista:

Dopo aver ridotto la privacy di milioni di persone, ora la maggioranza si fa paladina di quella di un ceto indifendibile, cercando di cancellare quanto già è scritto nell´art. 6 del Codice sull´attività giornalistica: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica».

Per Stefano Rodotà, queste sono

Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta “aspettativa di privacy” per tutti quelli che hanno ruoli pubblici.

In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza.

E la Corte europea dei diritti dell´uomo ha sottolineato con forza che questa essenziale esigenza democratica può rendere legittima anche la pubblicazione di notizie coperte dal segreto.

Insomma, occorre tener pretesente che

La privacy (…) conosce diversi livelli di protezione.

Quindi, privacy dei cittadini e privacy di chi esercita ruoli di potere sono su piani diversi, dal momento che in democrazia sono i governanti a dover rendersi trasparenti ai cittadini e non vioceversa, giacché l’opposto è tipico dei regimi totalitari ed antidemocratici.

Servono, dunque, strategie adeguate per contrastare la bulimia informativa di poteri pubblici e privati, per sottrarsi allo “tsunami digitale” che si sta abbattendo sulle persone.

Tra le strategie in questione una campeggia sulle altre:

La prima mossa riguarda l´osservanza del principio che limita la raccolta delle informazioni personali a quelle strettamente necessarie per raggiungere una determinata finalità.

In ogni caso, conclude Rodotà,

(…) dobbiamo uscire dalla trappola allestita da chi vuole trasformare la privacy in difesa del nudo potere.

Tuttavia, non bisogna fare lo sbaglio di sacrificare la privacy dei cittadini per fronteggiare la privacy del potere, usata strumentalmente come scudo per negare all’opinione pubblica la trasparenza sull’operato dei pubblici poteri, trasparenza di cui uno stato democratico si alimenta.

Fabio Bravo

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Il valore della privacy per Google e per Facebook

Mi hanno colpito due recenti interviste, provenienti da esponenti di Google e di Facebook, in cui si discute il tema del valore della privacy.

Per Google, segnalo l’intervista al neo-vicepresidente del gruppo, Carlo D’Asaro Biondo, definito come “uno dei suoi quattro capi area mondiali (è responsabile per l’Europa meridionale, centrale e orientale, la Russia, il Medio Oriente e l’Africa)”  da Massimo Gaggi per il Corriere delal Sera. Eccone uno stralcio:

D.: (…) L’azienda che ha il «fare del bene» come sua ragione sociale è diventata una straordinaria macchina che cresce e fa profitti, offre tecnologie innovative, ma poi viola la privacy, mette in allarme coi suoi comportamenti monopolistici gli organismi Antitrust di mezzo mondo, gioca a rimpiattino col Fisco.

R: «I problemi sono tanti. Andiamo con ordine. Premesso che noi siamo un’azienda molto orientata a soddifare il cliente – e i nostri utilizzatori ci sembrano assai soddisfatti di quello che offriamo loro – non ho difficoltà a riconoscere che problemi ce ne sono. Anche noi abbiamo fatto i nostri sbagli. Sicuramente, ad esempio, con le impostazioni iniziali di condivisione dei contatti di Gmail attraverso la rete sociale Buzz o quando abbiamo involontariamente registrato dati privati mentre sviluppavamo, strada per strada, il progetto Street View per Google Maps.

ed ancora, così aggiunge l’eponente di Google:

Ma guardiamo anche di cosa stiamo parlando: la privacy. Va certamente protetta, ma cos’è? E’ un concetto in piena evoluzione. Per me che ho 44 anni è una cosa importante, per mio padre ancora di più; mia figlia, che di anni ne ha 20, se ne cura molto meno

L’intervista in questione è stata pubblicata il 23 giugno 2010.

Per quanto riguarda Facebook, invece, Repubblica diffonde on-line, sempre il 23 giugno 2010, una intervista al fondatore del popolare social network, Zuckerberb, fatta da Ernesto Assante, dal titolo significativo “Per la mia generazione la privacy non è un valore”.

La visione di Facebook è identica a quella di Google.

Nella sua intervista ecco cosa afferma Zuckerberb:

D: Il tema della privacy rivestirà un’importanza sempre maggiore.

R: “Certamente. Ma bisogna capire che le cose sono molto cambiate negli ultimi sei anni. E che il concetto di privacy che ho io non è lo stesso che ha mio padre ed è diverso anche da quello di una ragazzo di quattordici anni. Sei anni fa nessuno voleva che le proprie informazioni personali fossero sul web, oggi il numero delle persone che rende disponibile il proprio cellulare su Facebook è impressionante. Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore.

Queste interviste sono significative, perché aiutano a comprendere il cambiamento a cui stiamo assistendo: l’erosione profonda del senso della privacy, che è erosione di un diritto fondamentale della persona.

Il rischio è quello di esporre le nuove generazioni a sottovalutare le conseguenze di tale erosione, come ben dimostra la campagna informativa del Garante per la privacy con la guida sugli effetti collaterali del social network.

Le concordi dichiarazioni rilasciate nelle interviste dai colossi che dominano Internet fanno riflettere.

Il valore privacy è un valore assoluto o no?

E’ un valore che assume significati diversi in relazione alla generazione a cui si appartiene?

E’ un bene da tutelare in relazione all’età anagrafica?

Fabio Bravo

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INTERVISTA A ZUCKERBERG

“Per la mia generazione
la privacy non è un valore”

Il fondatore di Facebook: “Abbiamo rimesso al centro del nostro lavoro il motivo stesso dell’esistenza di internet:, la connessione fra persone”

dal nostro inviato ERNESTO ASSANTE

CANNES – L’aria simpatica, a dire il vero, non ce l’ha. E non è nemmeno particolarmente affascinante, o carismatico. Mark Zuckerberg sembra un qualsiasi ragazzo di poco meno di trent’anni, leggero, semplice, imbarazzato, addirittura timido, non propriamente a suo agio in un’intervista. Eppure e a capo di un impero, quello di Facebook, che in soli sei anni ha cambiato le regole del gioco in rete, trasformando il suo piccolo social network universitario in una piattaforma di comunicazione planetaria.

Mr. Zuckerberg, pensava davvero di arrivare a tanto quando ha iniziato?
“Francamente no. Ma a ben guardare non credo ci sia nulla di particolarmente strano, perché faccio parte di una generazione diversa dalle altre, la prima ad essere cresciuta con Internet. Sono stato abituato fin da piccolo a vedere cose nuove, tecnologie interessanti, cresciuto con Napster, Wikipedia, Aol, e tutto il resto. Facebook è un’ evoluzione naturale, perché non fa altro che rimettere al centro il motivo stesso della esistenza di Internet, la connessione tra persone. E si sta trasformando in altre cose. E’ un momento fantastico, non credo che finirà presto”.

Immagina un momento analogo nella storia?
“Forse quello che si è avuto quando è arrivata la televisione. Ma neanche questo è un paragone corretto, perché la tv è unidirezionale, mentre il web ti consente una forma di partecipazione assolutamente inedita, ti consente di entrare in contatto con tutti, partecipi alle discussioni anche con il governo, e questo non è mai accaduto prima. Ed è solo l’inizio di ulteriori cambiamenti perché man mano Internet diventa un esperienza sempre più personale”.

E come si evolverà Facebook?
“Sarà l’evoluzione che i nostri utenti vorranno. La nostra filosofia è quella di costruire prodotti attorno ai desideri e le necessità della gente, non vogliamo imporre nulla. Ed in questo la personalizzazione sarà determinante, così come i social plugins”

Cosa sono?
“Sono dei widget che con un semplice “drag and drop” puoi aggiungere al tuo sito e ti consentono di interagire con i tuoi amici o quelli che frequentano il sito. I primi dati sono incoraggianti, potrebbero essere una novità interessante”.

Il tema della privacy rivestirà un’importanza sempre maggiore.

“Certamente. Ma bisogna capire che le cose sono molto cambiate negli ultimi sei anni. E che il concetto di privacy che ho io non è lo stesso che ha mio padre ed è diverso anche da quello di una ragazzo di quattordici anni. Sei anni fa nessuno voleva che le proprie informazioni personali fossero sul web, oggi il numero delle persone che rende disponibile il proprio cellulare su Facebook è impressionante. Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore.

Google Street View intercettava su reti wireless private dati sensibili o particolarmente delicati (password, codici bancari, dati medici, stralci di e-mail)

Secondo gli accertamenti effettuati dalle autorità francesi (in particolare la CNIL, che ha funzioni analoghe al nostro Garante per la protezione dei dati personali), i dati intercettati “non intenzionalmente” dalle Google-Car usate per realizzare il servizio Google Street View sarebbero di natura sensibile o, comunque, conterrebbero informazioni particolarmente delicate, compreso password, codici bancari, dati medici, frammenti di e-mail, etc.

La notizia è stata diffusa da Repubblica in un articolo di Tiziano Toniutti (dal titolo “Si complica il caso Google Street View. Password tra i dati intercettati“), ove si legge che:

Tra i frammenti di informazione memorizzati dalle vetture che fotografano le strade di tutto il mondo per conto dell’azienda americana, ci sarebbero anche password, frammenti di e-mail e altri dati privati.

(…)

L’agenzia di sicurezza francese CNIL ha rilevato la presenza di queste informazioni esaminando i dati raccolti da Google. Gli elementi sensibili sarebbero stati “pescati a strascico” mentre le Google-car, le auto con la speciale macchina fotografica che realizza le immagini delle mappe 3D, assorbivano informazioni sulle reti wireless locali perché poi Google potesse sviluppare dei servizi basati sulla geolocalizzazione. Il CNIL è una delle organizzazioni che nel mondo hanno chiesto a Google copia dei dati raccolti in giro per il mondo e sta valutando se avviare azioni legali contro l’azienda.

(…)

Sulla natura e sui contenuti dei dati viene chiarito quanto segue:

Esaminando l’imponente mole di informazioni fornite da Mountain View, il CNIL ha dichiarato che all’esame dell’agenzia, parte di questi dati contiene dati sensibili. Nello specifico, dichiara Alex Turk, direttore dell’agenzia, “informazioni che comprendono codici bancari e dati medici, password e stralci di messaggi e-mail“. Insomma il massimo della sensibilità dei dati.

In Italia il caso è già da tempo sotto l’attenzione del Garante per la protezione dei dati personali e della Procura.

Visto l’esito dell’indagine da parte delle autorità francesi, è prevedibile che non tarderanno ad arrivare i riscontri delle autorità italiane.

Il caso è esploso con un certo vigore anche in america. L’articolo di Toniutti precisa, al riguardo, che

Negli Usa, intanto, le Google-car sono all’attenzione del Congresso, e sono già diverse le azioni legali intraprese dai singoli stati contro Mountain View. Il Connecticut in particolare guida un’inziativa multi-stato, volta a fare luce sui comportamenti dell’azienda. Richard Blumenthal, senatore locale, denuncia l’invasione nella privacy personale di Google: “Street View non può significare visione completa”, dichiara Blumenthal. “Come non può significare la possibilità di entrare nelle reti private dei cittadini e risucchiare dati e informazioni personali. Gli individui hanno diritto di sapere che tipo di dati Google ha raccolto, e perché Google ha intercettato queste informazioni”. L’invito è esplicito: Google deve fare chiarezza su vari aspetti della vicenda rimasti oscuri, tra cui il motivo per cui ha salvato nei propri archivi informazioni che sarebbero state, nelle parole dell’azienda, raccolte non intenzionalmente.

Vedremo insieme gli sviluppi della vicenda e le ripercussioni nel nostro Paese.

Fabio Bravo

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Censurato su YouTube il video di Saviano “Saviano: La legge bavaglio difende la privacy del potere”?

Sono sorti dubbi sulla censura del videoappello di Milena Gabanelli su Facebook. Ora noto che il video di Roberto Saviano dal titolo “Saviano: La legge bavaglio difende la privacy del potere” è stato rimosso da YouTube. Al suo posto si vede una schermata nera accompagnata dalla seguente scritta:

“Questo video è stato rimosso a causa della violazione dei termini e condizioni d’uso”.

Rimane in calce all’immagine il testo che originariamente accompagnava il video:

“La legge bavaglio non è una legge che difende la privacy del cittadino, al contrario, è una legge che difende la privacy del potere repubblica.it”

Il video in questione era ospitato anche sulla piattaforma “apni community – video internet search“. Clickando sull”immagine, sopra riprodotta, si apre il link che avrebbe dovuto riconduce al video originariamente caricato su YouTube. Aspettando il caricamento della pagina ci si trova, invece, di fronte alla pagina di YouTube che reca questa scritta:

Il video è stato riproposto, sempre con YouTube, modificando leggermente il titolo, mediante l’aggiunta del nome “Roberto” prima del cognome “Saviano” e della parola “solo” prima di “privacy”:

Ritornerò sul tema in questione, di intersezione tra diritto fondamentale della privacy, intercettazioni e tecniche investigative, giornalismo d’inchiesta, politica e potere, con altri post.

Fabio Bravo

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Intervista al PM Alfredo Robledo sulla sentenza del caso Google. Replica a Eric Schmidt

Il Corriere della Sera ha pubblicato l’intervista ad Alfredo Robledo, PM insieme a Francesco Cajani nel processo svoltosi a carico dei quattro dirigenti di Google per il caso relativo alla diffusione on-line del video riproducente le vessazioni a carico di un ragazzo disabile.

Tale insolita intervista, condotta da Massimo Mucchetti, nasce come replica all’intervista resa al Financial Times da Schmidt, amministratore delegato di Google, nella quale commenta in maniera a dir poco colorita (“bullshit”) la sentenza di condanna resa dal Tribunale di Milano.

Più precisamente, nell’intervista a Schmidt sul Financial Times si leggono le seguenti parole:

“The judge was flat wrong. So let’s pick at random three people and shoot them. It’s bullshit. It offends me and it offends the company.

“But this is not an indictment of Italy,” says Mr Schmidt, who earlier noted that Europe was a highly profitable market for the company.

Nella replica di Robledo il magistrato nota come Google stia portando avanti un’azione mediatica per far passare una interpretazione della sentenza difforme da quella effettiva.

Robledo infatti, con riguardo alla necessità che le sentenze siano non solo rispettate, ma anche comprese, riferendosi a Schmidt dice che

La sua è volontà esibita di non comprendere nel quadro di un’aggressione mediatica che ha avuto, tre le sue conseguenze, le minacce on line al giudice Oscar Magi

La lettura dell’intervista è interessante.

Si apprendono restroscena dell’inchiesta, compreso il riferimento all’episodio

di uno dei tre condannati che, raggiunto a Milano durante un convegno dagli agenti che gli devono consegnare l’avviso di garanzia e di comparizione per l’interrogatorio, nega di aver a che fare con Google.

Si avverte, poi, la contrapposizione di cultura giuridica, rivendicando le radici profonde di quella europea, più attenta alla tutela della persona rispetto a quanto non lo sia quella americana, maggiormente orientata al mercato.

Si legge la posizione sul controverso rapporto tra, censura, privacy e libertà di informazione.

C’è anche un ulteriore interessante passaggio nell’intervista: il rapporto tra Internet e diritto.

Mucchetti, nell’intervistare Robledo, sostiene che

In verità, il capo di Google solleva anche problemi reali. Per esempio, il diritto fatica a tenere il passo di Internet.

Il tema è centrale per chi studia il diritto delle nuove tecnologie, cercando risposte ai problemi che l’impatto dell’informatica e della telematica ha sulla società.

Robledo risponde, forse provocatoriamente:

«Non ci vuole un genio per porre il problema. È per trovare la soluzione che servono intelligenza, volontà, senso di responsabilità e, ancor più, la disponibilità ad accettare la pluralità delle culture, e dunque delle legislazioni. In questo contesto, per noi, italiani ed europei, sono irrinunciabili i diritti della persona. Mi par di capire, invece, che Schimdt teorizzi, pratichi e difenda il Far West e poi lamenti l’inadeguatezza della legge. Un po’ troppo comodo, non le pare?».

La contrapposizione tra culture fa da sfondo a questa vicenda e, mi sembra, continuerà ad influenzare anche gli ulteriori problemi che già si affacciano all’orizzonte.

Fabio Bravo

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Elenchi telefonici e ricerca inversa: dal numero di telefono sarà di nuovo possibile risalire al titolare dell’utenza

Con la Newsletter del 28 maggio 2010, il Garante per la protezione dei dati personali ha diramato la precisazione secondo cui la c.d. “ricerca inversa“, che consente di risalire dal numero telefonico al nominativo del chiamante (rectius, al nominativo del soggetto intestatario dell’utenza a cui il numero si riferisce) è possibile, anche senza il consenso espresso dell’interessato, per i numeri telefonici già inseriti in elenco  alla data del 01.02.2005, fatta salva la facoltà di opporre in diniego.

Varrà invece l’obbligo del consenso preventivo per i nuovi abbonati.

La ricerca inversa verrà riattivata, per i numeri dei vecchi abbonati, a decorrere dal 01.01.2011.

Di seguito riposto il testo diffuso dal Garante:

Elenchi telefonici: via libera alla “ricerca inversa”

Sarà di nuovo possibile risalire all’abbonato sulla base del suo numero telefonico

Dal 1° gennaio 2011 sarà di nuovo possibile risalire al nominativo di un abbonato sulla base del suo numero telefonico, a meno che l’interessato non abbia espresso una volontà contraria al proprio operatore. La possibilità di “ricerca inversa” riguarda i “vecchi” abbonati, i cui dati erano già inseriti in un elenco pubblico alla data del 1° febbraio 2005, e i nuovi abbonati che hanno espresso un esplicito consenso su questo punto.

Il Garante privacy, su richiesta di alcune società che offrono servizi di informazione sull’elenco abbonati, ha chiarito alcuni aspetti della normativa sugli elenchi telefonici. L’intervento del Garante (relatore Mauro Paissan) permette di sanare quello che da molti utenti era percepito come un disservizio. I fornitori, infatti, non offrivano più al pubblico la possibilità della “ricerca inversa” ritenendo di non essere legittimati ad effettuarla senza consenso. Interpretazione corretta, secondo il Garante, solamente riguardo ai nuovi abbonati.

Per questi ultimi, infatti, la normativa sugli elenchi telefonici prevede l’acquisizione di uno specifico consenso all’uso dei dati attraverso il questionario che ciascun operatore sottopone ai propri clienti.

Discorso diverso per i “vecchi” abbonati per i quali – ha spiegato il Garante – la ricerca inversa è ammessa, anche senza consenso, sulla base della direttiva europea sulle comunicazioni elettroniche (2002/58/Ce), nel punto in cui prevede che i dati personali degli abbonati già presenti in un elenco telefonico al 1 febbraio 2005 possano restare inseriti anche in elenchi cartacei e elettronici che offrono questa funzione.

A seguito dell’intervento del Garante gli operatori telefonici che abbiano clienti i cui dati erano già inseriti in un elenco pubblico, dovranno però informare questi ultimi dell’attivazione della funzione di ricerca inversa nei loro confronti e consentire in tal modo di esprimere un’eventuale opposizione. L’informativa alla clientela dovrà essere inserita nella bolletta e pubblicata sui siti web dei gestori.

C’è però qualcosa che non torna.

Se la ricerca inversa è possibile ab initio per i vecchi abbonati presenti in elenco dal 01.02.2005 (anche in forza delle disposizioni riconducibili alla Direttiva 2002/58/CE) e se, come afferma il Garante, l’eliminazione della possibilità di ricerca inversa per tali abbonati è dipesa solamente da una errata interpretazione degli operatori telefonici, a fronte dell’introduzione delle nuove norme sui nuovi abbonati, perché rendere nuovamente operativa la ricerca inversa solamente dal 01.01.2011 e non da subito nei motori di ricerca on-line?

Se il trattamento era legittimo dal 01.02.2005, perché occorre un Provvedimento ad hoc del Garante ex art. 143, co . 1, lett. b), ed ex art. 154, co. 1, lett. c), del Codice in materia di protezione dei dati personali?

Si noti che, in forza di tali articoli, il Garante può prescrivere ai titolari del trattamento le misure mecessarie o opportune per rendere i loro trattamenti conformi alla normativa vigente. In questo caso, però, la normativa vigente già consentiva di effettuare il trattamento in questione, volontariamente sospeso dagli operatori per un “malinteso interpretativo”.

Non sarebbe stato sufficiente un comunicato stampa con cui si avvertiva dell’errore interpretativo? C’è dell’altro?

Come esternato dal Garante nella newsletter e come si evince dai contenuti del provveimento, quest’ultimo è stato reso “su richiesta di alcune società che offrono servizi di informazione sull’elenco abbonati”.

Fabio Bravo

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“Come distruggere definitivamente la vostra pagina di Facebook”. Nuove privacy policeis per il social network

“Come distruggere definitivamente la vostra pagina di Facebook”. Questa la nuova pagina del popolare social network, nella nuova versione del sito, voluta da Zuckerberg (giovanissimo e celebre fondatore di Facebook) per far fronte alle numerose critiche mosse dagli utenti ed ai numerosi casi di emorragia di iscritti.

Si legge, nell’articolo redazionale del Corriere della Sera intitolato “Zuckerberg ammette: troppi errori nella gestione della privacy“, che:

a) è stato dato l’annuncio di nuove e più semplici regole di privacy (privacy policies) nella gestione del profilo utente su Facebook, le quali saranno operative “entro la prossima settimana”;

b) in concomitanza con l’annuncio delle nuove regole aziendali per la gestione della privacy, Zuckerberg ha scritto una e-mail al noto blogger Robert Scoble, ammettendo gli errori fatti nella gestione della privacy. In tale e-mail v’è scritto:

«(…) So che abbiamo fatto un pacchetto di errori, ma la mia speranza dopo tutto questo è che il nostro servizio migliori, che la gente capisca che le nostre intenzioni erano buone e che noi reagiamo di fronte alle reazioni della gente per la quale lavoriamo (…)».

La mobilitazione dell’opinone pubblica, quando raggiunge una massa critica notevole, ha  un peso decisivo nelle scelte strategiche di impresa (e, direi, di Governo) e sono in grado di determinare un mutamento della regole.

In questo caso, si noti, il recupero dell’opionione pubblica non avviene solo con l’annuncio di un diverso approccio nella gestione della privacy e, dunque, con un ripensamento delle regole che governeranno la fruizione dei servizio, ma viene accompagnata (anzi, preceduta) da contatti diretti con un opinion leader di influenza mondiale, qual è Scoble.

Se volessimo fare un confronto con quanto sta avvenendo nel nostro Paese su altri fronti, possiamo vedere, nel caso Anemone-Scajola, come finalmente l’opinione pubblica italiana, che finora non era in grado di determinare quegli effetti che in altri Paesi determina, inizi a farsi sentire veramente ed a contare qualcosa. Produce ora una modificazione dell’esistente, mentre prima finiva per rimanere in un certo senso anestetizzata o comunque silente, fatta eccezione per talune prime reazioni percepite diffusamente come un borbottio che poi si placava.

I blogger iniziano a raccogliere consensi anche per le scelte politiche, come Beppe Grillo o come quelli che hanno alimentato il NoBDay. Diventano opinion leader politici e, abbandonati i panni di instancabili demolitori, si propongono di ricoprire quelli di aggregatori, non solo di consensi, ma anche di idee progettuali, prima politiche poi forse anche partitiche.

Lo scenario sta cambiando e ignorarlo sarebbe atteggiamento miope.

L’opinione pubblica si può lenire in tanti modi, anche con leggi come quella sulle intercettazioni, con disposizioni delle Authority, con le decisioni dei consigli di amministrazione (della RAI), con la chiusura dei talk show in prossimità delle elezioni, con l’allontanamento di giornalisti non graditi (ad iniziare dal mite Enzo Biagi).

Ma l’opinione pubblica italiana, se ho capito bene, sta imparando a non rimanere più silente come una volta. Sta imparando a non placare più il suo borbottio, ma a farsi sentire ed a mantenere alta la voce quando si hanno cose importanti da dire e principi fondamentali da difendere.

Così, anche il Governo tenta la strada delle concessioni dell’ultima ora.

Chissà se, tanto nel caso di Facebook sulla privacy degli utenti quanto nel caso del Governo italiano sulle intercettazioni, le concessioni che verranno accordate agli utenti ed ai cittadini siano o meno di poco conto.

Ci vorrebbe, per la verità, un ripensamento deciso dell’impianto normativo.

Notate come la costante sullo sfondo sia proprio la privacy. E’ pur sempre in nome della esigenza di tutelare la privacy che la disciplina sulle intercettazioni viene riformata.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

La disciplina delle intercettazioni, ovvero l’erosione lenta che cancella i principi fondativi del nostro sistema. L’appello di Stefano Rodotà e Milena Gabanelli

Così Stefano Rodotà si esprime sul disegno di legge destinato a modificare la disciplina delle intercettazioni:

Se la legge sulle intercettazioni verrà approvata nel testo in discussione al Senato, sarà fatto un passo pericoloso verso un mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte ad un colpo di Stato o ad una rottura frontale. Mutano pure per effetto di una erosione lenta, che cancella principi fondativi di un sistema.

Poi aggiunge:

Se quel testo diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il controllo diffuso sull’esercizio dei poteri, le possibilità d’indagine della magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici. La censura come primo passo concreto verso l’annunciata riforma costituzionale, visto che si incide sulla prima parte della Costituzione, quella dei principi e dei diritti, a parole dichiarata intoccabile? Se così sarà, dovremo chiederci se viviamo ancora in uno Stato costituzionale di diritto.

La tutela della privacy, nella ricostruzione dell’insigne giurista, appare in realtà solo un pretesto per giungere ad obiettivi ben diversi, attuati con una operazione “sostanzialmente eversiva”:

Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti. Bastava prevedere che, d’intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti.
Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.

Ma l’obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per aggredire l’odiata magistratura, l’insopportabile stampa. Non si vuole che i magistrati indaghino sul “mostruoso connubio” tra politica e affari, sull’illegalità che corrode la società.

Rodotà prosegue con parole dure, che devono far riflettere.

Invito tutti a leggerle per intero.

All’appello accorato di Stefano Rodotà si aggiunge, tra tanti, anche quello di Milena Gabanelli (Report):

«Se non siete d’accordo con questo provvedimento, fatevi sentire nelle sedi competenti perchè presto sarà legge».

Si è concluso così un breve appello lanciato da Milena Gabanelli, prima della sigla di apertura della puntata di stasera di Report su Rai 3, in cui la conduttrice ha spiegato le possibili conseguenze del disegno di legge sulle intercettazioni in corso di approvazione da parte del Parlamento.

Qui è disponibile il testo completo del disegno di legge S.1611 (dal titolo “Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”), nonché degli emendamenti proposti.

Per agevolarne la lettura riporto:

1) un Dossier preparato da “La Stampa”

2) un recente aggiornamento

3) un frammento della videointervista di Stefano Rodotà, in cui spiega perché la privacy è un pretesto.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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