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Gruppi su Facebook e illeciti. Il caso del Gruppo “Falcone e Borsellino falsi eroi”

Il 19 luglio 1992, diciotto anni fa, avveniva la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. Il ricordo di Borsellino è inscindibilmente legato a quello di Giovanni Falcone.

Ai due P.M., martiri della mafia, sono state innalzate in questi giorni due statue, distrutte poco dopo da atti vandalici:

Sorridenti, fianco a fianco, uno seduto su una panchina con le gambe incrociate, l’altro in piedi, colto nel gesto di accendersi l’immancabile sigaretta. Queste erano le due statue in gesso, realizzate dallo scultore palermitano Tommaso Domina, che raffiguravano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, distrutte la notte scorsa poche ore dopo essere state installate in via Libertà a Palermo.

La scoperta è avvenuta ad opera dei carabinieri:

Questa mattina [17 luglio 2010, n.d.r.] verso le ore 9.30 una pattuglia dei Carabinieri in transito in via Libertà si è accorta però che le due statue in gesso, raffiguranti i giudici Falcone e Borsellino, situate nel pomeriggio di ieri tra piazza Castelnuovo e Via Quintino Sella, erano state danneggiate da ignoti. Le opere, realizzate dallo scultore palermitano Tommaso Domina, erano state depositate da rappresentanti dell’Associazione Falcone-Borsellino di Palermo.

Le testate nazionali hanno rimarcato non solo l’immediata e corale indignazione per il folle gesto, che sembra andare oltre i segni di una “bravata”, ma anche l’immediato intervento delle forse dell’ordine anche sotto il profilo investigativo:

A supportare il lavoro dei carabinieri, che in queste ore stanno cercando di individuare gli autori di questo brutto episodio, è intervenuto anche il personale della sezione investigazioni scientifiche che ha svolto i primi rilievi tecnici. La distruzione delle due statue di Falcone e Borsellino ha sollevato immediatamente un coro unanime di indignazione

A tale episodio se ne affianca un altro, che ha visto l’attivazione su Facebook del gruppo “Falcone e Borsellino falsi eroi”.

Ne ha dato notizia il Corriere della Sera, in un articolo del 12 luglio scorso, con cui sono stati riferiti anche gli esiti positivi delle investigazioni durate circa sette mesi:

Saranno soddisfatti gli oltre 20 mila iscritti al gruppo su Facebook «Segnaliamo e facciamo chiudere il gruppo “Falcone e Borsellino falsi eroi”». Dopo circa sette mesi di indagini, la polizia postale di Palermo è riuscita ad identificare e denunciare gli autori del gruppo anti-magistrati sul social network. Si tratta di una sorella e di un fratello, A. F. ed S.F., rispettivamente di 20 e 24 anni, commessa in un grande magazzino lei e disoccupato lui, entrambi residenti in una provincia del nord Italia ed incensurati.

Come già avvenuto in altri casi pregressi (cfr. il gruppo di Facebook che inneggiava al tiro al bersaglio contro i bambini down), per le indagini è stata decisiva la collaborazione con il provider:

Fondamentale, per la riuscita dell’attività investigativa la collaborazione con Facebook dai cui server, ubicati in California, sono stati tratti i dati informatici necessari agli investigatori per risalire agli autori del gruppo web

Agli autori del reato, identificati dalla Polizia Postale di Palermo, è stato sequestrato il materiale informatico:

I due, ai quali sono stati anche sequestrati un notebook e degli hard disk, avevano postato nella bacheca del loro gruppo su Facebook fotomontaggi e commenti offensivi nei confronti dei due giudici antimafia. Identificati dalla polizia postale di Palermo, fratello e sorella hanno ammesso le loro responsabilità in merito ai fatti contestati, probabilmente senza rendersi conto della gravità di quanto commesso.

Dall’articolo citato si apprende anche quali reati siano stati ravvisati:

Ora dovranno rispondere di diffamazione ed istigazione a commettere reati.

Quanto alle modalità di esecuzione del reato, come specificato sopra, gli autori dell’illecito hanno realizzato e diffuso sul social network fotomontaggi e commenti offensivi nei confronti di Falcone e Borsellino.

Il ruolo dell’internet service provider, in collaborazione con le forze dell’ordine, si rivela decisivo in fase investigativa.

Come già rimarcato innumerevoli volte, occorrerà ora vedere se le evidenze informatiche acquisite, unitamente agli altri elementi, siano idonei a supportare, sotto il profilo probatorio, la fase processuale. Siamo nel terreno della computer forensics.

Fabio Bravo

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Google (YouTube) vs Viacom. Sulla responsabilità del provider per violazione del diritto d’autore in caso di video caricati dagli utenti

E’ stata resa la sentenza sulla nota vicenda giudiziaria che ha visto contrapposta Viacom a Google per la violazione del copyright dalla prima vantato sui video caricati on-line, nella piattaforma YuoTube.

In un articolo di Anna Masera per La Stampa si legge:

Viacom aveva intentato una maxi causa per violazione dei diritti di autore sui primi due anni di attività. Sommando tutti i filmati “incriminati”, circa 100 mila, Viacom pretendeva un risarcimento danni da ben un miliardo di dollari.Richieste respinte ieri sera da un tribunale di New York (…)

Così Anna Masera ripercorre le motivazioni che sarebbero a base della ssentenza:

Il Digital Millenium Copyright degli Usa mette infatti al riparo le società internet dalla violazione di diritti di autore quando, avvertite di possibili problemi dai titolari dei diritti, provvedano a rimuovere prontamente dai loro portali i contenuti oggetto di contenziosi. Ma la sua applicazione non era data per scontata e la sentenza, oltre a rappresentare una vittoria rilevante per la controllante Google – che evita così un salasso sul bilancio di YouTube – va anche oltre. Indirettamente risulta a favore anche di altre società internet e sgombera il campo dai timori sollevati da gruppi di attivisti, che ora tirano sospiri di sollievo, mentre precedentemente avevano avvertito che una sentenza di condanna avrebbe compromesso le normative base sulla libertà in rete.

E’ noto che in Italia una vicenda analoga ha interessato Google (YouTube) nel procedimento contro RTI e il Tribunale di Roma, nell’ordinanza del 24/11/2009, ha emanado un proccedimento cautelare che procede nella direzione opposta. Si trattava dei video relativi al Grande Fratello, il noto reality.

Il contrasto tra le decisioni dell’autorità giudiziaria italiana e quella newyorkese, per la verità, è meno forte di quanto possa pensarsi e, forse, addirittura apparente.

Sul caso Google (YouTube) vs. Viacom, infatti, da altre fonti (mi riferisco all’articolo apparso sul Corriere della Sera il 24 giugno 2010) si apprende che

Una delle cose che hanno convinto il giudice del tribunale di New York è stato il fatto Google è stata in grado di dimostrare che erano proprio alcuni dei dipendenti di Viacom a fornire sottobanco a You Tube video con contenuti coperti da copyright anche a causa in corso.

L’argomento si rinviene anche in alcune esternazioni (riportate in un articolo di Claudio Tamburrino per Punto Informatico) che Google aveva fatto in replica alle accuse di Viacom veicolate sul piano mediatico:

“I media come Viacom hanno caricato i loro stessi contenuti su YouTube, quindi non c’è alcun modo in cui possiamo distinguere tra contenuti autorizzati e non”.

Ancora, altri dettagli si rinvengono dalla ricostruzione offerta da un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, da cui emerge che:

Un giudice federale di New York, Louis Stanton, ha stabilito ieri, infatti, che Mountain View non ha violato il copyright del colosso televisivo Viacom per le circa 24 ore di video pirata finiti su YouTube.

(…)  questa vittoria è un risultato importante per Google e per chiunque faccia business con contenuti degli utenti sul web.

La denuncia di Viacom, risalente a tre anni fa, riguardava infatti video presi da canali Mtv e Comedy Central (su cui detiene il copyright) e caricati su YouTube da alcuni utenti internet.

Viacom aveva chiesto a Google, proprietaria di YouTube, un miliardo di dollari di risarcimento per violazione del copyright.

In tale articolo non si menziona la circostanza che i video erano stati caricati anche da dipendenti della Viacom, circostanza che mi pare importante, ad esempio ove dovesse risultare provato che le ipotesi di responsabilità fossero alimentate dal soggetto richiedente, secondo logiche di concorrenza sleale.

Si menziona altro principio, che fa leva sulla mancanza di una conoscenza specifica dei video in questione, ossia su una consapevolezza solo generica degli illeciti perpetrati dagli utenti tramite la piattaforma YouTube.

Così prosegue infatti l’articolo del Sole 24 Ore:

La posizione del colosso del web sembrava essersi aggravata poche settimane fa: erano emerse alcune lettere, da cui risultava che i gestori di YouTube sapevano di questo problema.

Il giudice Stanton ne ha preso atto e ha aggiunto, nella sentenza, che secondo le prove i gestori del sito «non solo ne erano genericamente al corrente ma anche ne erano contenti, poiché il materiale pirata era interessante per gli utenti». E quindi permetteva di attirare più pubblico sul sito.

È in quel “genericamente” che c’è il motivo principale della sentenza.

Secondo il giudice, Google/YouTube aveva soltanto una «generica consapevolezza» che c’erano video pirata sulla piattaforma web, ma non sapeva quali fossero nello specifico.

Ogni volta che un detentore di copyright aveva segnalato i video pirata, Google/Youtube li aveva subito rimossi. Il giudice menziona, ad esempio, quando Google ha rimosso entro un giorno lavorativo 100mila video pirata segnalati in massa da Viacom a febbraio 2007.

Per questi motivi, il giudice ha valutato che l’operato di Google ricade sotto le protezioni del Digital Millenium Copyright Act (Dmca). È una normativa che, negli Usa, protegge un gestore di sito web per le violazioni al copyright fatte dai propri utenti, qualora intervenga in modo tempestivo dopo una segnalazione.

Una normativa analoga c’è, ovviamente, anche per i paesi di area UE: la direttiva 200/31/CE attuata in Italia con il d.lgs. 7o/2003 sul commercio elettronico, ove viene disciplinato il regime di responsabilità dei providers, prevedendo ipotesi di esonero a determinate condizioni, tra cui l’intervento immediato per la rimozione dei contenuti illeciti dietro segnalazione delle autorità competenti.

Per il caso italiano, relativo ai video del Grande Fratello, Google è stato soccombente in sede cautelare presso il Tribunale di Roma con la seguente motivazione, ben riassunta da Gaia Bottà su Punto Informatico:

Il tribunale ha però respinto le argomentazioni di Google: la condotta della piattaforma sarebbe “così palesemente e reiteratamente lesiva dei diritti” che “non è sostenibile la tesi delle resistenti sulla presunta assoluta irresponsabilità dei provider che si limiterebbe a svolgere l’unica funzione di mettere a disposizione gli spazi web (…) e sulla legittimità di avere un ritorno economico – escludendo il fine commerciale – connesso al proprio servizio in mancanza di un obbligo di controllarne i contenuti illeciti e di disabilitarne l’accesso”.

Google e YouTube, secondo il giudice, si preoccupano di “organizzare la gestione dei contenuti video, anche a fini di pubblicità“: per questo motivo già agiscono alla stregua di un editore, e dovrebbero agire alla stregua di un editore anche in materia di responsabilità sui contenuti.

Google e YouTube, aggiunge il tribunale, “nonostante le ripetute diffide e le azioni giudiziarie iniziate da RTI e la consapevolezza della sua titolarità dell’opera hanno continuato la trasmissione del Grande Fratello – visibile 24 ore su 24 accedendo al servizio a pagamento offerto da RTI – nei loro siti internet, programmandone e disciplinandone la visione ove si consideri che è possibile in tali siti anche scegliere le singole parti di trasmissione (un giorno, un episodio particolare) ad ulteriore, anche se non necessaria conferma, della consapevolezza della violazione dei diritti

Le motivazioni su cui poggia la sentenza newyorkese sono probabilmente molteplici. Sarebbe interessante poter leggere il testo integrale per poter fare una comparazione più approfondita, che mi propongo di effettuare in altra occasione.

Fabio Bravo

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Il valore della privacy per Google e per Facebook

Mi hanno colpito due recenti interviste, provenienti da esponenti di Google e di Facebook, in cui si discute il tema del valore della privacy.

Per Google, segnalo l’intervista al neo-vicepresidente del gruppo, Carlo D’Asaro Biondo, definito come “uno dei suoi quattro capi area mondiali (è responsabile per l’Europa meridionale, centrale e orientale, la Russia, il Medio Oriente e l’Africa)”  da Massimo Gaggi per il Corriere delal Sera. Eccone uno stralcio:

D.: (…) L’azienda che ha il «fare del bene» come sua ragione sociale è diventata una straordinaria macchina che cresce e fa profitti, offre tecnologie innovative, ma poi viola la privacy, mette in allarme coi suoi comportamenti monopolistici gli organismi Antitrust di mezzo mondo, gioca a rimpiattino col Fisco.

R: «I problemi sono tanti. Andiamo con ordine. Premesso che noi siamo un’azienda molto orientata a soddifare il cliente – e i nostri utilizzatori ci sembrano assai soddisfatti di quello che offriamo loro – non ho difficoltà a riconoscere che problemi ce ne sono. Anche noi abbiamo fatto i nostri sbagli. Sicuramente, ad esempio, con le impostazioni iniziali di condivisione dei contatti di Gmail attraverso la rete sociale Buzz o quando abbiamo involontariamente registrato dati privati mentre sviluppavamo, strada per strada, il progetto Street View per Google Maps.

ed ancora, così aggiunge l’eponente di Google:

Ma guardiamo anche di cosa stiamo parlando: la privacy. Va certamente protetta, ma cos’è? E’ un concetto in piena evoluzione. Per me che ho 44 anni è una cosa importante, per mio padre ancora di più; mia figlia, che di anni ne ha 20, se ne cura molto meno

L’intervista in questione è stata pubblicata il 23 giugno 2010.

Per quanto riguarda Facebook, invece, Repubblica diffonde on-line, sempre il 23 giugno 2010, una intervista al fondatore del popolare social network, Zuckerberb, fatta da Ernesto Assante, dal titolo significativo “Per la mia generazione la privacy non è un valore”.

La visione di Facebook è identica a quella di Google.

Nella sua intervista ecco cosa afferma Zuckerberb:

D: Il tema della privacy rivestirà un’importanza sempre maggiore.

R: “Certamente. Ma bisogna capire che le cose sono molto cambiate negli ultimi sei anni. E che il concetto di privacy che ho io non è lo stesso che ha mio padre ed è diverso anche da quello di una ragazzo di quattordici anni. Sei anni fa nessuno voleva che le proprie informazioni personali fossero sul web, oggi il numero delle persone che rende disponibile il proprio cellulare su Facebook è impressionante. Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore.

Queste interviste sono significative, perché aiutano a comprendere il cambiamento a cui stiamo assistendo: l’erosione profonda del senso della privacy, che è erosione di un diritto fondamentale della persona.

Il rischio è quello di esporre le nuove generazioni a sottovalutare le conseguenze di tale erosione, come ben dimostra la campagna informativa del Garante per la privacy con la guida sugli effetti collaterali del social network.

Le concordi dichiarazioni rilasciate nelle interviste dai colossi che dominano Internet fanno riflettere.

Il valore privacy è un valore assoluto o no?

E’ un valore che assume significati diversi in relazione alla generazione a cui si appartiene?

E’ un bene da tutelare in relazione all’età anagrafica?

Fabio Bravo

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INTERVISTA A ZUCKERBERG

“Per la mia generazione
la privacy non è un valore”

Il fondatore di Facebook: “Abbiamo rimesso al centro del nostro lavoro il motivo stesso dell’esistenza di internet:, la connessione fra persone”

dal nostro inviato ERNESTO ASSANTE

CANNES – L’aria simpatica, a dire il vero, non ce l’ha. E non è nemmeno particolarmente affascinante, o carismatico. Mark Zuckerberg sembra un qualsiasi ragazzo di poco meno di trent’anni, leggero, semplice, imbarazzato, addirittura timido, non propriamente a suo agio in un’intervista. Eppure e a capo di un impero, quello di Facebook, che in soli sei anni ha cambiato le regole del gioco in rete, trasformando il suo piccolo social network universitario in una piattaforma di comunicazione planetaria.

Mr. Zuckerberg, pensava davvero di arrivare a tanto quando ha iniziato?
“Francamente no. Ma a ben guardare non credo ci sia nulla di particolarmente strano, perché faccio parte di una generazione diversa dalle altre, la prima ad essere cresciuta con Internet. Sono stato abituato fin da piccolo a vedere cose nuove, tecnologie interessanti, cresciuto con Napster, Wikipedia, Aol, e tutto il resto. Facebook è un’ evoluzione naturale, perché non fa altro che rimettere al centro il motivo stesso della esistenza di Internet, la connessione tra persone. E si sta trasformando in altre cose. E’ un momento fantastico, non credo che finirà presto”.

Immagina un momento analogo nella storia?
“Forse quello che si è avuto quando è arrivata la televisione. Ma neanche questo è un paragone corretto, perché la tv è unidirezionale, mentre il web ti consente una forma di partecipazione assolutamente inedita, ti consente di entrare in contatto con tutti, partecipi alle discussioni anche con il governo, e questo non è mai accaduto prima. Ed è solo l’inizio di ulteriori cambiamenti perché man mano Internet diventa un esperienza sempre più personale”.

E come si evolverà Facebook?
“Sarà l’evoluzione che i nostri utenti vorranno. La nostra filosofia è quella di costruire prodotti attorno ai desideri e le necessità della gente, non vogliamo imporre nulla. Ed in questo la personalizzazione sarà determinante, così come i social plugins”

Cosa sono?
“Sono dei widget che con un semplice “drag and drop” puoi aggiungere al tuo sito e ti consentono di interagire con i tuoi amici o quelli che frequentano il sito. I primi dati sono incoraggianti, potrebbero essere una novità interessante”.

Il tema della privacy rivestirà un’importanza sempre maggiore.

“Certamente. Ma bisogna capire che le cose sono molto cambiate negli ultimi sei anni. E che il concetto di privacy che ho io non è lo stesso che ha mio padre ed è diverso anche da quello di una ragazzo di quattordici anni. Sei anni fa nessuno voleva che le proprie informazioni personali fossero sul web, oggi il numero delle persone che rende disponibile il proprio cellulare su Facebook è impressionante. Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore.

Google Street View intercettava su reti wireless private dati sensibili o particolarmente delicati (password, codici bancari, dati medici, stralci di e-mail)

Secondo gli accertamenti effettuati dalle autorità francesi (in particolare la CNIL, che ha funzioni analoghe al nostro Garante per la protezione dei dati personali), i dati intercettati “non intenzionalmente” dalle Google-Car usate per realizzare il servizio Google Street View sarebbero di natura sensibile o, comunque, conterrebbero informazioni particolarmente delicate, compreso password, codici bancari, dati medici, frammenti di e-mail, etc.

La notizia è stata diffusa da Repubblica in un articolo di Tiziano Toniutti (dal titolo “Si complica il caso Google Street View. Password tra i dati intercettati“), ove si legge che:

Tra i frammenti di informazione memorizzati dalle vetture che fotografano le strade di tutto il mondo per conto dell’azienda americana, ci sarebbero anche password, frammenti di e-mail e altri dati privati.

(…)

L’agenzia di sicurezza francese CNIL ha rilevato la presenza di queste informazioni esaminando i dati raccolti da Google. Gli elementi sensibili sarebbero stati “pescati a strascico” mentre le Google-car, le auto con la speciale macchina fotografica che realizza le immagini delle mappe 3D, assorbivano informazioni sulle reti wireless locali perché poi Google potesse sviluppare dei servizi basati sulla geolocalizzazione. Il CNIL è una delle organizzazioni che nel mondo hanno chiesto a Google copia dei dati raccolti in giro per il mondo e sta valutando se avviare azioni legali contro l’azienda.

(…)

Sulla natura e sui contenuti dei dati viene chiarito quanto segue:

Esaminando l’imponente mole di informazioni fornite da Mountain View, il CNIL ha dichiarato che all’esame dell’agenzia, parte di questi dati contiene dati sensibili. Nello specifico, dichiara Alex Turk, direttore dell’agenzia, “informazioni che comprendono codici bancari e dati medici, password e stralci di messaggi e-mail“. Insomma il massimo della sensibilità dei dati.

In Italia il caso è già da tempo sotto l’attenzione del Garante per la protezione dei dati personali e della Procura.

Visto l’esito dell’indagine da parte delle autorità francesi, è prevedibile che non tarderanno ad arrivare i riscontri delle autorità italiane.

Il caso è esploso con un certo vigore anche in america. L’articolo di Toniutti precisa, al riguardo, che

Negli Usa, intanto, le Google-car sono all’attenzione del Congresso, e sono già diverse le azioni legali intraprese dai singoli stati contro Mountain View. Il Connecticut in particolare guida un’inziativa multi-stato, volta a fare luce sui comportamenti dell’azienda. Richard Blumenthal, senatore locale, denuncia l’invasione nella privacy personale di Google: “Street View non può significare visione completa”, dichiara Blumenthal. “Come non può significare la possibilità di entrare nelle reti private dei cittadini e risucchiare dati e informazioni personali. Gli individui hanno diritto di sapere che tipo di dati Google ha raccolto, e perché Google ha intercettato queste informazioni”. L’invito è esplicito: Google deve fare chiarezza su vari aspetti della vicenda rimasti oscuri, tra cui il motivo per cui ha salvato nei propri archivi informazioni che sarebbero state, nelle parole dell’azienda, raccolte non intenzionalmente.

Vedremo insieme gli sviluppi della vicenda e le ripercussioni nel nostro Paese.

Fabio Bravo

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Intervista al PM Alfredo Robledo sulla sentenza del caso Google. Replica a Eric Schmidt

Il Corriere della Sera ha pubblicato l’intervista ad Alfredo Robledo, PM insieme a Francesco Cajani nel processo svoltosi a carico dei quattro dirigenti di Google per il caso relativo alla diffusione on-line del video riproducente le vessazioni a carico di un ragazzo disabile.

Tale insolita intervista, condotta da Massimo Mucchetti, nasce come replica all’intervista resa al Financial Times da Schmidt, amministratore delegato di Google, nella quale commenta in maniera a dir poco colorita (“bullshit”) la sentenza di condanna resa dal Tribunale di Milano.

Più precisamente, nell’intervista a Schmidt sul Financial Times si leggono le seguenti parole:

“The judge was flat wrong. So let’s pick at random three people and shoot them. It’s bullshit. It offends me and it offends the company.

“But this is not an indictment of Italy,” says Mr Schmidt, who earlier noted that Europe was a highly profitable market for the company.

Nella replica di Robledo il magistrato nota come Google stia portando avanti un’azione mediatica per far passare una interpretazione della sentenza difforme da quella effettiva.

Robledo infatti, con riguardo alla necessità che le sentenze siano non solo rispettate, ma anche comprese, riferendosi a Schmidt dice che

La sua è volontà esibita di non comprendere nel quadro di un’aggressione mediatica che ha avuto, tre le sue conseguenze, le minacce on line al giudice Oscar Magi

La lettura dell’intervista è interessante.

Si apprendono restroscena dell’inchiesta, compreso il riferimento all’episodio

di uno dei tre condannati che, raggiunto a Milano durante un convegno dagli agenti che gli devono consegnare l’avviso di garanzia e di comparizione per l’interrogatorio, nega di aver a che fare con Google.

Si avverte, poi, la contrapposizione di cultura giuridica, rivendicando le radici profonde di quella europea, più attenta alla tutela della persona rispetto a quanto non lo sia quella americana, maggiormente orientata al mercato.

Si legge la posizione sul controverso rapporto tra, censura, privacy e libertà di informazione.

C’è anche un ulteriore interessante passaggio nell’intervista: il rapporto tra Internet e diritto.

Mucchetti, nell’intervistare Robledo, sostiene che

In verità, il capo di Google solleva anche problemi reali. Per esempio, il diritto fatica a tenere il passo di Internet.

Il tema è centrale per chi studia il diritto delle nuove tecnologie, cercando risposte ai problemi che l’impatto dell’informatica e della telematica ha sulla società.

Robledo risponde, forse provocatoriamente:

«Non ci vuole un genio per porre il problema. È per trovare la soluzione che servono intelligenza, volontà, senso di responsabilità e, ancor più, la disponibilità ad accettare la pluralità delle culture, e dunque delle legislazioni. In questo contesto, per noi, italiani ed europei, sono irrinunciabili i diritti della persona. Mi par di capire, invece, che Schimdt teorizzi, pratichi e difenda il Far West e poi lamenti l’inadeguatezza della legge. Un po’ troppo comodo, non le pare?».

La contrapposizione tra culture fa da sfondo a questa vicenda e, mi sembra, continuerà ad influenzare anche gli ulteriori problemi che già si affacciano all’orizzonte.

Fabio Bravo

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“Come distruggere definitivamente la vostra pagina di Facebook”. Nuove privacy policeis per il social network

“Come distruggere definitivamente la vostra pagina di Facebook”. Questa la nuova pagina del popolare social network, nella nuova versione del sito, voluta da Zuckerberg (giovanissimo e celebre fondatore di Facebook) per far fronte alle numerose critiche mosse dagli utenti ed ai numerosi casi di emorragia di iscritti.

Si legge, nell’articolo redazionale del Corriere della Sera intitolato “Zuckerberg ammette: troppi errori nella gestione della privacy“, che:

a) è stato dato l’annuncio di nuove e più semplici regole di privacy (privacy policies) nella gestione del profilo utente su Facebook, le quali saranno operative “entro la prossima settimana”;

b) in concomitanza con l’annuncio delle nuove regole aziendali per la gestione della privacy, Zuckerberg ha scritto una e-mail al noto blogger Robert Scoble, ammettendo gli errori fatti nella gestione della privacy. In tale e-mail v’è scritto:

«(…) So che abbiamo fatto un pacchetto di errori, ma la mia speranza dopo tutto questo è che il nostro servizio migliori, che la gente capisca che le nostre intenzioni erano buone e che noi reagiamo di fronte alle reazioni della gente per la quale lavoriamo (…)».

La mobilitazione dell’opinone pubblica, quando raggiunge una massa critica notevole, ha  un peso decisivo nelle scelte strategiche di impresa (e, direi, di Governo) e sono in grado di determinare un mutamento della regole.

In questo caso, si noti, il recupero dell’opionione pubblica non avviene solo con l’annuncio di un diverso approccio nella gestione della privacy e, dunque, con un ripensamento delle regole che governeranno la fruizione dei servizio, ma viene accompagnata (anzi, preceduta) da contatti diretti con un opinion leader di influenza mondiale, qual è Scoble.

Se volessimo fare un confronto con quanto sta avvenendo nel nostro Paese su altri fronti, possiamo vedere, nel caso Anemone-Scajola, come finalmente l’opinione pubblica italiana, che finora non era in grado di determinare quegli effetti che in altri Paesi determina, inizi a farsi sentire veramente ed a contare qualcosa. Produce ora una modificazione dell’esistente, mentre prima finiva per rimanere in un certo senso anestetizzata o comunque silente, fatta eccezione per talune prime reazioni percepite diffusamente come un borbottio che poi si placava.

I blogger iniziano a raccogliere consensi anche per le scelte politiche, come Beppe Grillo o come quelli che hanno alimentato il NoBDay. Diventano opinion leader politici e, abbandonati i panni di instancabili demolitori, si propongono di ricoprire quelli di aggregatori, non solo di consensi, ma anche di idee progettuali, prima politiche poi forse anche partitiche.

Lo scenario sta cambiando e ignorarlo sarebbe atteggiamento miope.

L’opinione pubblica si può lenire in tanti modi, anche con leggi come quella sulle intercettazioni, con disposizioni delle Authority, con le decisioni dei consigli di amministrazione (della RAI), con la chiusura dei talk show in prossimità delle elezioni, con l’allontanamento di giornalisti non graditi (ad iniziare dal mite Enzo Biagi).

Ma l’opinione pubblica italiana, se ho capito bene, sta imparando a non rimanere più silente come una volta. Sta imparando a non placare più il suo borbottio, ma a farsi sentire ed a mantenere alta la voce quando si hanno cose importanti da dire e principi fondamentali da difendere.

Così, anche il Governo tenta la strada delle concessioni dell’ultima ora.

Chissà se, tanto nel caso di Facebook sulla privacy degli utenti quanto nel caso del Governo italiano sulle intercettazioni, le concessioni che verranno accordate agli utenti ed ai cittadini siano o meno di poco conto.

Ci vorrebbe, per la verità, un ripensamento deciso dell’impianto normativo.

Notate come la costante sullo sfondo sia proprio la privacy. E’ pur sempre in nome della esigenza di tutelare la privacy che la disciplina sulle intercettazioni viene riformata.

Fabio Bravo

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Google Street View e le intercettazioni wi-fi. La procura di Milano avrebbe sollecitato il Garante dal 2008

Sull’indagine avviata dal Garante per la privacy relativamente alle captazioni delle conversazioni wi-fi da parte di Google nell’ambito delle attività di sopralluogo  effettuata dalle Google Cars per l’acquisizione delle immagini da inserire nel servizio Google Street View, leggo con sopresa il lancio dell’ANSA che riporta le parole del PM milanese Robledo (noto per aver condotto con il suo collega Cajani l’accusa contro Google nel processo scaturente dalla pubblicazione on-line del video che riproduceva le vessazioni al minore disabile):

-’Meglio tardi che mai, fa piacere che alle parole del 2008 seguano fatti nel 2010′. Cosi’il pm milanese Robledo sull’istruttoria per Google.I pm Robledo e Cajani criticano cosi’ i tempi dell’inchiesta del garante per la privacy dopo che loro l’avevano chiesta 2 anni fa. Il garante dovra’ verificare liceita’ e correttezza del trattamento dati personali fatto da Google nel servizio Street View’. (…)

Stando alle parole di Robledo riportate dall’ANSA, il Garante si sarebbe mosso tardi, con due anni di distanza dalle segnalazioni dei PM. Si sarebbe mosso solamente ora, in coincidenza con l’esplosione mediatica del caso e le ammissioni di Google.

Pare di intuire che, se il caso era già da tempo all’attenzione dei PM, ci si può  aspettare a breve l’avvio di ulteriori procedimenti penali a carico di Google.

Ci sarebbe da domandarsi, però, se la procura non stia aspettando l’esito delle indagini effettuate dal Garante per muoversi.

In fini dei conti, stando sempre a quanto riportato dall’ANSA, l’interessamento della procura risalirebbe a due anni fa e, disponendo la Procura di strumenti di indagine propri, si sarebbero dovuti vedere già degli esiti, nel senso dell’archiviazione o della richiesta di rinvio a giudizio, indipendentemente dalle scelte dell’Authority.

Oppure i fatti sarebbero stati ritenuti a monte privi di rilevanza penale?

Oltre alla normativa penalistica a tutela delle comunicazioni, incluso quelle telematiche, potrebbe ritornare in considerazione il reato di trattamento illecito di dati personali di cui all’art. 167 d.lgs. 196/2003.

Attendiamo insieme gli sviluppi, senza allentare l’attenzione.

Fabio Bravo

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Ecco la lettera dei 10 Garanti Privacy indirizzata a Google

Ecco il testo in PDF della lettera indirizzata a Google dall’Autorità italiana Garante per la protezione dei dati personali unitamente ad altre nove autorità Garanti  di altri Paesi (Canada, Francia, Germania, Irlanda, Israele, Olanda, Nuova Zelanda, Spagna, Gran Bretagna).

Il contenuto, in inglese (accompagnato da una versione in francese), è riassunto nel comunicato stampa del 20 aprile 2010.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Google e responsabilità. La mappa delle richieste provenienti dalle autorità di tutto il mondo e la violazione della privacy con Google Buzz

Con un’interessante iniziativa, Google sta mettendo il luce, con una mappa digitale di Google Maps, le richieste provenienti dalle autorità di tutto il mondo concernenti i servizi Google e YouTube.

La mappa è intitolata “Government requestes directed to Google and YouTube”.

Come spiegato da Google,

Like other technology and communications companies, we regularly receive requests from government agencies around the world to remove content from our services, or provide information about users of our services and products. The map shows the number of requests that we received between July 1, 2009 and December 31, 2009, with certain limitations.

Ed ancora, quanto alla precisione di numeri indicati sulla mappa, Google aggiunge:

We know these numbers are imperfect and may not provide a complete picture of these government requests. For example, a single request may ask for the removal of more than one URL or for the disclosure of information for multiple users.

Per far comprendere meglio l’iniziativa, Google si affida a specifiche FAQ (Frequently Asked Questions).

La mappa è stata commentata da Elmar Burchia per il Corriere della Sera, in un articolo  che sin dal titolo spiega l’intento del colosso americano: “Le pressioni che i Governi esercitano su Google“. Altrettanto significativo è il titolo della notizia diramata dall’ANSA: “Google: un misuratore anticensura

Tra i problemi che Google è tenuta a gestire, oltre al noto caso Google-Vividown ed a quello YouTube-RTI (con riferimento al caricamento sulla piattaforma di videosharing di video coperti da diritti d’autore, primi tra tutti quelli relativi al Grande Fratello), c’è anche il problema della privacy degli utenti, per via della trasposizione automatica sul social network  Google Buzz di tutti gli utenti Google Mail, facendo suscitare la reazione, su scala internazionale, di dieci Autorità garanti per la protezione dei dati personali.

Le Autorità garanti dell’Italia, del Canada, della Francia, della Germania, dell’Irlanda, di Israele, dell’Olanda, della Nuova Zelanda, della Spagna e della Gran Bretagna, infatti, hanno richiesto ufficialmente a Google

“un rigoroso rispetto delle leggi sulla privacy in vigore nei Paesi in cui immettono nuovi prodotti on line”

Nella nota firmata congiuntamente dai Garanti, precisa l’articolo poc’anzi citato di Repubblica, si leggono parole del seguente tenore:

“si esprime profonda preoccupazione per il modo in cui Google affronta le questioni legate alla privacy, in particolare per quanto riguarda il recente lancio del social network, Google Buzz”.

“Troppo spesso (…) il diritto alla privacy dei cittadini finisce nel dimenticatoio quando Google lancia nuove applicazioni tecnologiche. Siamo rimasti profondamente turbati dalla recente introduzione dell’applicazione di social networking Google Buzz, che ha purtroppo evidenziato una grave mancanza di riguardo per regole e norme fondamentali in materia di privacy. Inoltre, questa non è la prima volta che Google non tiene in adeguata considerazione la tutela della privacy quando lancia nuovi servizi”.

Ancora, prospegue l’articolo di Repubblica,

Le dieci Autorità di protezione dei dati ricordano come attraverso Google Buzz, “Google mail (o Gmail) sia stato improvvisamente ‘trasformato’ in social network”. Assegnando a ogni utente di Google Buzz una rete di ‘amici’ ricavati dalle persone con cui l’utente risultava comunicare più spesso attraverso Gmail. Un’operazione fatta senza interpellare gli utenti ed “impedendogli di esprimere un consenso preventivo e informato”.

“Con questo comportamento – spiegano i Garanti – è stato violato un principio fondamentale e riconosciuto a livello mondiale in materia di privacy:  ossia, che spetta alle persone controllare l’uso dei propri dati personali”.

L’azione congiunta dei Garanti è un altro elemento interessante che emerge dalla vicenda, visto il carattere internazionale (direi Globale) che caratterizza la diffusione dei servizi di Google.

Ritornerò ancora su tali argomenti.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

FAPAV contro Telecom. La decisione del Tribunale di Roma del 15 aprile 2010

Il caso FAPAV contro Telecom mette in discussione responsabilità e ruoli degli Internet Service Providers, con riferimento specifico al fornitore di connettività alla rete Internet.

Ricorderete che FAPAV (la Federazione Anti-Pirateria AudioVisiva), ha intentato un procedimento cautelare contro Telecom Italia lamentando l’inerzia di quest’ultima a fronte delle diffide con cui la prima contestava l’illecita attività degli utenti del provider italiano ai danni dei titolari dei diritti di sfruttamento economico su opere protette da diritto d’autore.

Sulla vicenda rinvio a quanto ho già avuto modo di rimarcare su Information Society & ICT Law (cfr. 1234).

Il 15 aprile 2010 il Tribunale di Roma si è pronunciato, emanando l’ordinanza con cui rigetta in gran parte le pretese della FAPAV medesima.

La notizia è stata diffusa dagli organi di stampa, tra cui Il Sole 24 Ore, in un articolo di oggi, nel quale si legge:

L’ordinanza precisa che, a confutazione di quanto sostenuto da Fapav, Telecom non aveva alcun obbligo di sospendere il servizio di accesso ai siti per essere stata informata di fatti o circostanze che rendevano evidente l’illiceità dell’attività in corso. Si tratta, infatti, di una previsione che è «applicabile solo al prestatore dei servizi di hosting, ossia di memorizzazione permanente di informazioni, consistente nella messa a disposizione di una parte delle risorse di spazio e di memoria digitale contenute all’interno di un server al fine di rendere visibile su internet materiale informativo del destinatario del servizio, mentre Telecom fornisce solamente il servizio di connessione, come è pacifico».
In presenza della sola diffida presentata da Fapav, Telecom non solo, osserva il giudice, non avrebbe dovuto, ma nemmeno potuto interrompere il servizio «non essendo responsabile delle informazioni trasmesse ai sensi dell’articolo 14, comma 1, ed essendo obbligata contrattualmente alla prestazione».
L’unico obbligo di cui fare carico all’azienda, che non ha comunque ricevuto richiesta di informazioni dalla magistratura, è relativo all’obbligo di informare senza esitazione l’autorità giudiziaria.

Solo se nell’ambito delle attività di accertamento delle violazioni descritte nella diffida di Fapav l’autorità giudiziaria chieda a Telecom informazioni ulteriori o la solleciti a interrompere il servizio di accesso ai siti implicati nelle violazioni, Telecom sarà tenuta a fornire informazioni ulteriori o a sospendere il servizio di accesso ai siti, e sarà ulteriormente responsabile verso i titolari dei diritti lesi in caso di mancata risposta a questi ordini.

Sarà interessante leggere con attenzione il testo del provvedimento, appena verrà reso disponibile nella sua versione integrale.

Anche su tale pronuncia non mancherò di intervenire con ulteriori specifici commenti.

E’ chiaro che stiamo attraversando un periodo in cui le norme in materia di responsabilità dei providers stanno subendo un assestamento ad opera della giurisprudenza. Come ricordato più volte (da ultimo anche nella relazione che ho tenuto al Congresso Nazionale di Aggiornamento Forense del CNF e nella lezione di ieri che ho svolto, proprio in materia di Responsabilità degli Internet Service Providers, al Master in Diritto delle Nuove Tecnologie e Informatica Giuridica all’Università di Bologna), pare sia giunto il momento, non più differibile, di procedere ad un più accurato intervento normativo, in sede comunitaria e nazionale, al fine di far fronte alle numerose questioni che il progresso tecnologico sta sollevando in tema di responsabilità civile e penale dei providers.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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