Information Society & ICT Law si rinnova

Information Society & ICT Law, dedicato ai temi della società dell’informazione e del diritto delle nuove tecnologie si rinnova. Cambia layout grafico e collocazione.

Rimane l’attenzione e l’impegno di sempre ai temi ed a problemi attuali, che ci appassionano.

Gli articoli proseguiranno solamente all’indirizzo www.informationsociety.it, raggruppati unitamente a quelli già in archivio, mentre la versione originale rimarrà al solo fine di documentazione storica.

Fabio Bravo

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La crescente cultura del giornalismo investigativo in Italia. La sentenza della Cassazione n. 16236 del 9 luglio 2010

In Italia in giornalismo investigativo è sempre stato debole e pallido, salvo rare eccezioni, spesso consegnate a programmi televisivi.

Eppure nella società dell’informazione (information society) il diritto ad essere informati è elemento fondamentale della società democratica, come recentemente ribadito a chiare lettere anche dalla Sentenza della Cassazione n. 16236 del 9 luglio 2010, ove si legge:

(1)  – la nobiltà e la significatività del giornalismo investigativo

“Deve innanzitutto rilevarsi che nel caso di specie si verte in terma di c.d. giornalismo di inchiesta, espressione più alta e nobile dell’attività di informazione;

(2) – la definizione e le finalità del giornalismo investigativo

“con tale tipologia di giornalismo, infatti, maggiormente si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittdini ad acquisire conoscenza di tematiche meritevoli, per il rilievo pubblico delle stesse.

(3) – le modalità operative e le caratteristiche distintive del giornalismo investigativo

“Con il giornalismo di inchiesta l’acquisizione della notizia avviene “autonomamente”, “direttamente” e “attivamente” da parte del professionista e non mediata da “fonti” esterne mediante la ricezione “passiva” di informazioni.

(4) – la relazione tra giornalismo investigativo e principio democratico

l’art. 1, 2° comma, Cost., nell’affermare che “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, presuppone quale imprescindibile condizione per un pieno, legittimo e corretto esercizio di detta sovranità che la stessa si realizzi mediante tutti gli strumenti democratici (art. 1, 1° comma, Cost.), a tal fine predisposti dall’ordinamento, tra cui un posto e una funzione preminenti spettano all’attività di informazione in questione [sott. “giornalismo d’inchiesta”, n.d.r.] (…);

vale a dire che intanto il popolo può ritenersi costituzionalmente “sovrano” (nel senso rigorosamente tecnico-giuridico di tale termine) in quanto venga, al fine di un compiuto e incondizionato formarsi dell’opinione pubblica, senza limitazioni e restrizioni di alcun genere, pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come interesse pubblico

Il giornalismo investigativo, dunque, ha un posto di primo piano nella società dell’informazione (information society) e va discusso, affrontato, analizzato e praticato, nelle sue tante sfaccettature, con tutte le questioni (pratiche, politiche, tecniche, ma anche giuridiche) che solleva.

Report“, di Milena Gabanelli, che si basa sulle inchieste di giornalisti freelance, è per continuità e per capacità, il miracolo del giornasmo investigativo televisivo italiano. Preziosi servizi del giornalismo investigativo non mancano neanche in altre trasmissioni, come “Le Iene” (sopratutto nei servizi con telecamera nascosta) e, per la capacità di investigazione collaborativa e partecipata attraverso il coinvolgimento del pubblico, “Chi l’ha visto”.

La cultura del giornalismo investigativo sta cambiando, così come profondamente nuovi sono i modelli di veicolazione delle inchieste giornalistiche.

Si pensi a ProPublica, ad esempio, che è riuscito ad aggiudicarsi il premio Pulitzer per il giornalismo investigativo, pur essendo testata interamente on-line.

In questi giorni si sta svolgendo in Calabria “Tabularasa“, il primo contest interamente dedicato all’editoria del  giornalismo d’inchiesta e di denuncia, organizzato dall’Associazione Urba e dal quotidiano on-line “Strill.it” (qui le inchieste di Strill).

Si veda anche, su la Repubblica, l’articolo “Perché abbiamo bisogno del giornalismo d’inchiesta“.

Tornerò ad occuparmi ancora del giornalismo investigativo, linfa vitale dell’information society, nel suo connubio sempre più stringente con le nuove tecnologie e con il diritto.

Fabio Bravo

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Sulla “lotta delle formiche” nella società dell’informazione

Giangiacomo Schiavi ha firmato un bell’articolo dal titolo “La lotta delle formiche” per il Corriere della Sera. Chi si sente escluso?

L’articolo è un po’ lungo, ma merita di essere letto per intero e con grande attenzione. Nella società che stiamo vivendo, avere un attimo di riflessione fa bene, benissimo.

Ci si deve chiedere cosa stiamo facendo, se stiamo andando per la strada giusta, se non occorra fare qualcosa di più, ogni giorno, nel proprio piccolo, per cambiare o per tentare di cambiare in meglio la società, in generale, ma anche noi stessi e l’ambiente sociale più o meno circoscritto in cui viviamo.

I temi sono tanti (il senso civico, l’importanza della memoria, la cura di aspettative non banali, la cultura dello sforzo e del merito rispetto alla cultura del tutto e subito ed a quella della convenienza, …).

Un passaggio dell’articolo di Giangiacomo Schiavi tocca il contesto tecnologico:

Lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli è ancora più scettico: «Io ho paura che questa società non si domandi più nulla, chieda solo e soltanto tecnologia: la tecnologia svuota, modifica i comportamenti, ci indica quel che serve a sopravvivere bene ma non risolve il senso della vita. A poco a poco stiamo diventando dei primitivi tecnologizzati in una civiltà dell’ingiustizia».

Ecco un altro passaggio che vorrei proporVi:

Servirebbe un antivirus alla cultura della convenienza, «perché se non ricostruiamo una società fondata sui doveri reciproci non sapremo nemmeno più godere dei nostri diritti », spiega Viroli.

Ed ancora:

«Cominciamo a difendere i Nessuno mettendo qualche sassolino nelle scarpe dei grandi — dice don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus — e facciamo qualcosa per le vite di scarto, magari scuole per i bocciati da questo sistema poco umano, come don Milani a Barbiana». Esempi, responsabilità, impegno, pulizia morale: l’unico parametro legalmente riconosciuto non può essere quello del denaro, scrivono in tanti.

(…)

Poveri Nessuno, abbarbicati alla speranza di un Paese normale dove buongiorno, come diceva Zavattini, vuol dire davvero buongiorno. Formichine inattuali nel generale appiattimento verso la società della convenienza, che rischiano di essere schiacciate tra scarpe gigantesche e pietraie desolate, come immaginava vent’anni fa Anna Maria Ortese in un memorabile racconto milanese. Un bimbo, scivolato per disgrazia sotto le ruote di un tram, che offre al padre angosciato una riflessione fulminea sul senso della vita: «Noi siamo come le formiche, vero, papà?».

(…)

Bisogna forse dire «Basta!», come fa il designer Giancarlo Iliprandi che dal Politecnico di Milano teorizza un movimento culturale per cambiare aria e mette tra i capifila un grande centenario come Gillo Dorfles. «Basta a quello che non ci piace/ Basta senza sporcare i muri/ Basta per comunicare la voglia di cambiare».

In fondo per cambiare può essere sufficiente quella silenziosa ma contagiosa rivoluzione delle nostre coscienze, che nell’operatività e nell’impegno quotidiano siano testimonianza di buone idee, buone prassi, valori in cui vale la pena credere.

A ben guardare non è poco, ma sicuramente è alla portata di tutti.

Fabio Bravo

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Gruppi su Facebook e illeciti. Il caso del Gruppo “Falcone e Borsellino falsi eroi”

Il 19 luglio 1992, diciotto anni fa, avveniva la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. Il ricordo di Borsellino è inscindibilmente legato a quello di Giovanni Falcone.

Ai due P.M., martiri della mafia, sono state innalzate in questi giorni due statue, distrutte poco dopo da atti vandalici:

Sorridenti, fianco a fianco, uno seduto su una panchina con le gambe incrociate, l’altro in piedi, colto nel gesto di accendersi l’immancabile sigaretta. Queste erano le due statue in gesso, realizzate dallo scultore palermitano Tommaso Domina, che raffiguravano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, distrutte la notte scorsa poche ore dopo essere state installate in via Libertà a Palermo.

La scoperta è avvenuta ad opera dei carabinieri:

Questa mattina [17 luglio 2010, n.d.r.] verso le ore 9.30 una pattuglia dei Carabinieri in transito in via Libertà si è accorta però che le due statue in gesso, raffiguranti i giudici Falcone e Borsellino, situate nel pomeriggio di ieri tra piazza Castelnuovo e Via Quintino Sella, erano state danneggiate da ignoti. Le opere, realizzate dallo scultore palermitano Tommaso Domina, erano state depositate da rappresentanti dell’Associazione Falcone-Borsellino di Palermo.

Le testate nazionali hanno rimarcato non solo l’immediata e corale indignazione per il folle gesto, che sembra andare oltre i segni di una “bravata”, ma anche l’immediato intervento delle forse dell’ordine anche sotto il profilo investigativo:

A supportare il lavoro dei carabinieri, che in queste ore stanno cercando di individuare gli autori di questo brutto episodio, è intervenuto anche il personale della sezione investigazioni scientifiche che ha svolto i primi rilievi tecnici. La distruzione delle due statue di Falcone e Borsellino ha sollevato immediatamente un coro unanime di indignazione

A tale episodio se ne affianca un altro, che ha visto l’attivazione su Facebook del gruppo “Falcone e Borsellino falsi eroi”.

Ne ha dato notizia il Corriere della Sera, in un articolo del 12 luglio scorso, con cui sono stati riferiti anche gli esiti positivi delle investigazioni durate circa sette mesi:

Saranno soddisfatti gli oltre 20 mila iscritti al gruppo su Facebook «Segnaliamo e facciamo chiudere il gruppo “Falcone e Borsellino falsi eroi”». Dopo circa sette mesi di indagini, la polizia postale di Palermo è riuscita ad identificare e denunciare gli autori del gruppo anti-magistrati sul social network. Si tratta di una sorella e di un fratello, A. F. ed S.F., rispettivamente di 20 e 24 anni, commessa in un grande magazzino lei e disoccupato lui, entrambi residenti in una provincia del nord Italia ed incensurati.

Come già avvenuto in altri casi pregressi (cfr. il gruppo di Facebook che inneggiava al tiro al bersaglio contro i bambini down), per le indagini è stata decisiva la collaborazione con il provider:

Fondamentale, per la riuscita dell’attività investigativa la collaborazione con Facebook dai cui server, ubicati in California, sono stati tratti i dati informatici necessari agli investigatori per risalire agli autori del gruppo web

Agli autori del reato, identificati dalla Polizia Postale di Palermo, è stato sequestrato il materiale informatico:

I due, ai quali sono stati anche sequestrati un notebook e degli hard disk, avevano postato nella bacheca del loro gruppo su Facebook fotomontaggi e commenti offensivi nei confronti dei due giudici antimafia. Identificati dalla polizia postale di Palermo, fratello e sorella hanno ammesso le loro responsabilità in merito ai fatti contestati, probabilmente senza rendersi conto della gravità di quanto commesso.

Dall’articolo citato si apprende anche quali reati siano stati ravvisati:

Ora dovranno rispondere di diffamazione ed istigazione a commettere reati.

Quanto alle modalità di esecuzione del reato, come specificato sopra, gli autori dell’illecito hanno realizzato e diffuso sul social network fotomontaggi e commenti offensivi nei confronti di Falcone e Borsellino.

Il ruolo dell’internet service provider, in collaborazione con le forze dell’ordine, si rivela decisivo in fase investigativa.

Come già rimarcato innumerevoli volte, occorrerà ora vedere se le evidenze informatiche acquisite, unitamente agli altri elementi, siano idonei a supportare, sotto il profilo probatorio, la fase processuale. Siamo nel terreno della computer forensics.

Fabio Bravo

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Facebook e serial killer. I fan di Leonarda Cianciulli

Un fenomeno che va analizzato con attenzione è l’adesione, sui social network, a “gruppi” in qualche modo legati alla criminalità, nelle sue diverse forme.

Tempo fa mi ero soffermato sul rapporto tra Mafia e facebook, segnalando un interessante articolo di Attilio Bolzoni per la Repubblica.

In altro articolo di ieri, a firma di Catia Marcucci per l’Informazione di Reggio Emilia, dal titolo “E ora spuntano i fan della Cianciulli“, viene segnalata e commentata la notizia relativa alla presenza di tre gruppi su Facebook relativi a Leonarda Cianciulli.

Ivi si legge:

Sul famoso social network sono attivi tre gruppi di persone composti dai numerosi fan della prima serial killer del Novecento. Digitando il nome di Leonarda Cianciulli su facebook, infatti, emergono tre gruppi: il primo, chiamato semplicemente col suo nome, raggruppa 476 fan; il secondo, chiamato “Amici di Leonarda Cianciulli”, conta 53 membri; il terzo gruppo – “Amici di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio” – di fan ne contiene addirittura 789, per un totale di oltre 1500 fan.

Per comprendere meglio il fenomeno dell’adesione a tali gruppi, ed in particolare a quelli il cui titolo inizia con “Amici di…”, sono significative le parole dell’intervista al Prof. Augusto Balloni, che consiglio di leggere con attenzione, ben raccolte nell’articolo sopra citato della Marcucci. Sono parole che colgono bene nel segno e aiutano a comprendere bene cosa c’è dietro il fenomeno dell’adesione a tali gruppi di discussione.

Aggiungerei, per la comprensione del fenomeno, che il numero di “fan” deve essere valutato con rigore, attraverso un’analisi qualitativa dei contenuti, senza limitarsi al solo dato numerico.

Significativo, in tal senso, è stato il caso del gruppo di Facebook che innegiava al tiro al bersaglio contro i bambini down, ove è stata registrata un’elevata presenza di iscritti in pochi giorni, ma molti per dissentire sul tema proposto nel gruppo di discussione e criticare aspramente l’iniziativa.

Dunque, i numeri dei fan, a mio avviso, vanno valutati con attenzione, per comprendere meglio l’estensione del fenomeno.

E’ possibile che tra i “fan” vi siano persone impegnate a prendere le distanze dai “fondatori” dei gruppi o dal soggetto (in questo caso Leonarda Cianciulli) su cui la discussione è incentrata.

In altre parole, nei gruppi vi sono spesso iscrizioni di persone a favore e contro il tema proposto, con percentuali non omogenee, che si confrontano più o meno animatamente, così come avviene nei commenti di molti articoli di giornali on-line, dove gli internauti esprimono la propria opinione, favorevole o contraria rispetto ai contenuti dell’articolo.

Per fare un esempio, ecco alcuni commenti postati sulla home page della pagina del gruppo di Facebook  “Facciamo il tiro al bersaglio con i bambini down”, come riportati da Anna Masera in un suo articolo:

Gli utenti che hanno segnalato la pagina anti-down, intanto, hanno scaricato migliaia di commenti infuriati sulla home. «Il vostro squallore è davvero imbarazzante», scrive Andrea Rocco Caruso. Daniele Di Cillo: «Voi non siete normali. Non ci sono parole per definire una situazione del genere».

Fabio Bravo

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Biometria e riconoscimento facciale sull’iPhone per l’identificazione dei sospettati da parte della polizia

L’identificazione delle persone sospette o ricercate può avvenire anche ricorrendo ad un’applicaizone biometrica installata sull’iPhone, come risulta da portale del Gruppo ADN-Kronos, ove è stata replicata (con il titolo “Scatta una foto e scopri il criminale. Con l’iPhone la polizia ha una marcia in più“) una notizia diffuda dal MailOnline, con cui si rende noto che la polizia usa una “iPhone app” per identificare un sospetto attraverso la biometria facciale (“Police use iPhone app that can identify a suspect by taking a foto of their face“).

Stando all’articolo da ultimo citato, il sistema funziona con i seguenti steps:

– viene scattata una foto digitale del sospettato direttamente con l’iPhone;

– la foto viene caricata on-line (upload) dall’iPhone all’interno di un sistema informatico protetto ad accesso riservato, avvalendosi del collegamento ad Internet;

– la foto digitalizzata viene confrontata, tramite le caratteristiche biometriche facciali, con le altre foto “segnaletiche” presenti nel database del sistema informatico centrale;

– ove risultino corrispondenze tra foto del sospettato e foto segnaletiche archiviate nel database centrale, il sistema informatico centralizzato invia direttamente sull’iPhone tutti i dati del soggetto (dati identificativi, foto e ulteriori informazioni).

La tecnologia, denominata MORRIS (Mobile Offender Recognition and Identification System), non è nuova e si basa sul riconoscimento facciale per l’identificazione del sospettato o del criminale, mediante l’uso di un apparecchio mobile.

La novità risiede dunque non nella tecnologia di base, ma nell’uso di una più agevole interfaccia, grazie all’app dell’iPhone.

Ecco come il sistema viene illustrato dall’articolo citato:

The app employs biometric information such as facial recognition software to help police identify suspects within seconds.

Known as MORIS (Mobile Offender Recognition and Identification System), the system lets police officers take a photo of a suspect, upload it into a secure network where it is then analysed.

The system itself has been around for a number of years but this is the first time the iPhone’s unique combination of easy interface and high-end capability have been used by the police in this way.

If a biometric match is made, the identity, photo and background information about the suspect is transmitted back to the police officer’s iPhone and displayed.

Occorre ponderare bene l’uso di questi strumenti tecnologici, sia per il rischio dei “falsi positivi” (che si riscontrano in tutti i sistemi biometrici), sia per le modalità con cui il database centralizzato viene costruito e le informazioni aggiornate o cancellate (si pensi, ad esempio, ai casi di persone rinviate a giudizio e poi assolte, in primo o addirittura in secondo grado, con la formula piena “per non aver commesso il fatto” o “perché il fatto non sussiste” e simili).
Fabio Bravo
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L’apertura delle farmacie on-line in Italia

L’ANSA ha diramato la notizia secondo cui il Ministro Fazio starebbe pensando di consentire anche in Italia l’apertura di farmacie on-line.

La notizia è stata ripresa anche da La Stampa, ove si legge:

«Non escludo l’ipotesi che anche l’Italia, a fronte di precise garanzie, possa dare via libera alle farmacie on-line, solo ed esclusivamente per la vendita di farmaci senza ricetta». Lo ha detto al suo arrivo a Bruxelles il ministro per la Salute, Ferruccio Fazio, in occasione del Consiglio dei Ministri della Salute europei, sotto la neopresidenza Belga dell’Unione Europea.

La regolarizzazione delle farmacie on-line in Europa è in discussione informalmente in sede comunitaria oggi a Bruxelles. La posizione dell’Italia, prima di netta chiusura, «potrebbe quindi ammorbidirsi».

Per chi volesse approfondire il tema sulla disciplina delal vendita on-line di prodotti farmaceutici per uso umano, rimando a questo saggio, che ho pubblicato tempo addietro:

  • Fabio Bravo, La vendita via Internet di prodotti farmaceutici per uso umano, in G. Capilli (a cura di), Casi scelti in tema di diritto privato europeo (con Prefazione di G. Alpa), Padova, Cedam, 2005, pp. 291-319.

Su tale argomento, per chi ha modo di accedervi, ho registrato un’apposita lezione in e-learning per il Master in “Diritto delle nuove tecnologie e informatica giuridica” all’Università di Bologna.

Fabio Bravo

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Wanted. L’interpol si avvale della collaborazione dei cibernauti per assicurare i ricercati alla giustizia

L’operazione dell’Interpol, denominata “Infra-Red”, prevede il ricorso ad Internet per coinvolgere i cittadini di tutto nella ricerca di criminali.

Come si legge da un articolo di Clausio Gerino per la Repubblica,

L’INTERPOL ha lanciato sul Web la più grande campagna di ricerca per localizzare centinaia di criminali di ogni tipo in fuga per tutte le nazioni del mondo. E ha chiesto l’aiuto degli internauti per collaborare alla loro caccia, nell’ambito dell’operazione iniziata lo scorso 3 maggio e denominata “Infra-Red”.

(…)

l’organizzazione internazionale di polizia criminale ha rivolto un appello ai cybernauti affinché forniscano informazioni su 450 “fuggitivi nascosti in 29 nazioni”, accusati di gravissimi reati come omicidio, pedofilia, rapine e traffico di droga.

Internet diviene così un nuovo efficace strumento per il contrasto della criminalità, anche di quella internazionale.

Come riferito nell’articolo citato,

L’indirizzo web a cui inviare queste informazioni è fugitive@interpol.int .

Fotografie e notizie sui ricercati posso essere prelevate sul sito dell’Interpol. E’ anche possibile trasmettere informazioni, in modo anonimo, al sito www.csiworld.org.

Il coordinatore dell’operazione, Martin Cox, così spiega gli intenti:

“Ci sono individui di cui non disponiamo informazioni aggiornate e soprattutto non abbiamo idea di dove si possano essere rifugiati.  (…) Per questo abbiamo domandato al pubblico di darci man forte”.

(…) “E’ possibile che qualcuno incontri uno di questi fuggitivi anche su uno dei tanti social network o sui forum di discussione su Internet, così come potrebbe accadere per strada”, ha aggiunto Cox, che ha anche chiesto agli internauti di  “informare Interpol immediatamente, quali che siano le modalità con cui hanno ottenuto queste informazioni”.

Le cifre dell’operazione sono notevoli e fanno comprendere come lo strumento sia considerato risolutivo per fronteggiare, a livello investigativo, la raccolta delle informazioni necessarie per l’individuazione e la cattura dei “fuggitivi”:

L’Interpol ha destinato a questa gigantesca “caccia all’uomo” più di 650 agenti, appartenenti a 82 differenti nazioni e che lavorano 24 ore su 24 sotto il controllo del segretariato generale dell’organizzazione anticrimine. Le informazioni raccolte vengono analizzate dall’ufficio  di Lione e poi trasmesse attraverso gli uffici centrali dell’Interpol a ciascuno dei 188 paesi membri del sodalizio che combatte la criminalità internazionale.

L’approccio collaborativo si basa su un’idea vecchia e una tecnica collaudata, tipicamente riscontrabile anche in note trasmissioni per la ricerca di persone a vario titolo scomparse (come “Chi l’ha visto?”), che attinge dalla cultura western dei cacciatori di taglie.

L’innovazione forte sta nell’uso sistematico della Rete per la ricerca, a livello planetario, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, di criminali da parte di un’istituzione di livello qual è l’Interpol, con impiego massiccio di risorse.

Fabio Bravo

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Passaporto biometrico

E’ entrato a regime il passaporto biometrico.

Dal sito della Polizia di Stato si possono avere le informazioni sulle modalità di rilascio.

Come riassunto dal comunicato dell’ANSA,

Nei nuovi documenti di viaggio e’ previsto l’inserimento della foto, della firma digitalizzata e anche impronte digitali. Sul passaporto dovranno comparire le impronte del dito indice di tutte e due le mani, prima la destra e poi la sinistra. Solo gli uffici di polizia, questure e commissariati, sono abilitati a rilevarle. Per i minori di 14 anni, compariranno i dati dei genitori.

Sul sito della Polizia di Stato viene precisato che

Sul passaporto ordinario è introdotta la firma digitalizzata del titolare che è stampata a pag.2 del libretto.

Sono previsti dei casi di esenzione dalla firma:

  • Minori di anni 12;
  • Analfabeti (documentato con un atto di notorietà);
  • Coloro che presentino una impossibilità fisica accertata e documentata che impedisca l’apposizione della firma;

In questi casi al posto della firma ci sarà la dicitura “esente” scritta anche in lingua inglese e francese.

Quanto ai minori

ci sono già stati dei cambiamenti. Ora infatti il minore si deve dotare di un passaporto individuale, pertanto non è più possibile per il genitore iscrivere il figlio minore sul proprio passaporto.

Viene poi precisato che

le impronte digitali possono essere acquisite solo presso gli uffici della Polizia di Stato anche in tempi differiti rispetto alla presentazione dell’istanza

e che

La domanda (…) per il rilascio può essere presentata presso i seguenti uffici del luogo di residenza o di domicilio o di dimora:

  • la Questura
  • l’ufficio passaporti del commissariato di Pubblica Sicurezza
  • la stazione dei Carabinieri
  • Comune di residenza

E’ possibile scaricare, sul sito della Polizia di Stato, il modulo per la richiesta di passaporto in PDF, con l’avvertenza che

le questure stanno ancora utilizzando il vecchio modulo in attesa del nuovo tipo stampato dal Poligrafico dello Stato

Viene prestata atetnzione anche all’informativa in materia di protezione dei dati personali,ove si dovrà tener conto della specificità del trattamento tramite uso di strumenti biometrici.

Ricordiamo che insieme al modulo di richiesta del passaporto i cittadini dovranno sottoscrivere e consegnare anche un foglio su carta intestata, rilasciato in questura al momento poiché deve essere in originale, contenente una informativa di garanzia sul trattamento dei dati personali concordata con l’ufficio del Garante sulla riservatezza dei dati personali e con il Ministero degli Affari Esteri.

Copia dell’informativa sarà rilasciata al cittadino.

Norme particolari sono previste per i minori.

L’uso della biometria nel passaporto ha destato molte critiche.

Le tecnologie per la sicurezza e per il controllo sociale vanno usate con oculatezza, ammettendo l’eventualità che il riscontro biometrico possa dare falsi positivi e falsi negativi.

Per riflettere meglio sul “livello di sicurezza” del passaporto biometrico, vi ripropongo di leggere il post che avevo scritto il 30 giogno 2009 su Information Society & ICT Law, dal titolo “Passaporto biometrico. Dalla fotografia alle impronte digitali“.

Ritornerò sull’argomento e, più in generale, sulla biometria, con altre osservazioni.

Fabio Bravo

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C’è privacy e privacy. Stefano Rodotà, le intercettazioni e la privacy del potere

Sul ddl di riforma della disciplina sulle intercettazioni Stefano Rodotà più volte si è già espresso con parole dure.

Tuttavia, nota l’illustre giurista, il biasimo sulla privacy usata come schermo per altri fini ha portato all’ececsso opposto: quello di negare dignità alla privacy.

L’uso strumentale della privacy, in altre parole, avrebbe prodotto in gran parte dell’opinione pubblica uno svilimento del valore che la privacy intende proteggere.

L’insidia si cela dietro il ritornello, che abbiamo sentito molte volte, secondo cui chi non ha nulla da nascondere non deve temere di essere intercettato, controllato, monitorato. Ossia, è solo chi ha qualcosa da nascondere che invoca il diritto a non essere controllato.

Ma l’argomento è fallace e bisogna prestare attenzione per evitare equivoci interpretativi.

Per questo Vi ripropongo l’articolo di Stefano Rodotà dal titolo “Se si usa la privacy per difendere il potere“, di cui riporto di seguito i passaggi più significativi.

Con riguardo alle reazioni dell’opinione pubblica che manifestava contro il disegno di legge del Governo sulle intercettazioni, Rodotà dice:

Quando ho visto in piazza Montecitorio un cartello che proclamava “Non ho nulla da nascondere. Intercettatemi”, sono stato preso da un vero scoramento, mi sono chiesto il perché di quella protesta estrema e mi è sembrato subito evidente che la nostra fragile cultura della privacy è a rischio proprio a causa di una legge che proclama di volerla proteggere.

Ancora, si sofferma a riflettere sul perché:

Non è un esito paradossale. È il risultato di una riflessione sociale.

Un´opinione pubblica sempre più larga si è resa conto che quella non era una legge a tutela della riservatezza delle persone, ma uno scudo protettivo per un ceto di cui si scoprivano l´immoralità civile, i mille traffici, la corruzione come regola.

Da qui la reazione estrema, “intercettateci tutti”, che ricorda il grido disperato dei ragazzi di Locri dopo l´ennesimo delitto della ´ndrangheta, “ammazzateci tutti”.

Occorre stare attenti, perché da un eccesso si può giungere all’estremo opposto.

Rodotà prosegue così il suo attento ragionamento, ammonendo sul rischio che si percorrano strade che conducano nella direzione sbagliata:

Ma questa esasperazione ci porta nella direzione sbagliata.

Dico per l´ennesima volta che l´“uomo di vetro” è immagine nazista, è l´argomento con il quale tutti i regimi totalitari vogliono impadronirsi della vita delle persone.

Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere.

E così, appena qualcuno vuole rivendicare un brandello di intimità, diventa un “cattivo cittadino” sul quale lo Stato autoritario esercita le sue vendette.

Chi rivendica per sè la propria intimità diviene oggetto di sospetto. Per il solo fatto di volere la riservatezza o la discrezione della dimensione privata, lontana dagli occhi e dalel orecchie degli altri, un soggetto rischia di diventare sospettato o indiziato.

È un argomento, dunque, da non usare mai, così come mai si deve ricorrere al suo opposto, all´uso strumentale della difesa della privacy per occultare comportamenti illegali o socialmente inaccettabili, per negare la trasparenza e la controllabilità dell´esercizio d´ogni potere.

Entrambi questi atteggiamenti screditano la privacy agli occhi dei cittadini e occultano la realtà.

Ricorda Rodotà che la privacy dei cittadini ha subito duri colpi, senza che la realtà sia emersa in tutta la sua essenza.

Una realtà che, in questi anni, ha conosciuto gravi limitazioni della privacy dei dipendenti pubblici e il capovolgimento dell´impostazione con la quale si era cercato di mettere le persone al riparo dai disturbatori telefonici che invadono con pubblicità sgradite la sfera privata.

Pur a fronte della pesante limitazione della tutela della “privacy dei cittadini”, la forza politica di governo ora intende tutelare con rigore la “privacy del potere”.

Ecco come prosegue il nostro giurista:

Dopo aver ridotto la privacy di milioni di persone, ora la maggioranza si fa paladina di quella di un ceto indifendibile, cercando di cancellare quanto già è scritto nell´art. 6 del Codice sull´attività giornalistica: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica».

Per Stefano Rodotà, queste sono

Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta “aspettativa di privacy” per tutti quelli che hanno ruoli pubblici.

In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza.

E la Corte europea dei diritti dell´uomo ha sottolineato con forza che questa essenziale esigenza democratica può rendere legittima anche la pubblicazione di notizie coperte dal segreto.

Insomma, occorre tener pretesente che

La privacy (…) conosce diversi livelli di protezione.

Quindi, privacy dei cittadini e privacy di chi esercita ruoli di potere sono su piani diversi, dal momento che in democrazia sono i governanti a dover rendersi trasparenti ai cittadini e non vioceversa, giacché l’opposto è tipico dei regimi totalitari ed antidemocratici.

Servono, dunque, strategie adeguate per contrastare la bulimia informativa di poteri pubblici e privati, per sottrarsi allo “tsunami digitale” che si sta abbattendo sulle persone.

Tra le strategie in questione una campeggia sulle altre:

La prima mossa riguarda l´osservanza del principio che limita la raccolta delle informazioni personali a quelle strettamente necessarie per raggiungere una determinata finalità.

In ogni caso, conclude Rodotà,

(…) dobbiamo uscire dalla trappola allestita da chi vuole trasformare la privacy in difesa del nudo potere.

Tuttavia, non bisogna fare lo sbaglio di sacrificare la privacy dei cittadini per fronteggiare la privacy del potere, usata strumentalmente come scudo per negare all’opinione pubblica la trasparenza sull’operato dei pubblici poteri, trasparenza di cui uno stato democratico si alimenta.

Fabio Bravo

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