Crime Mapping in Inghilterra e Galles

crimemap Dopo il post sulla proroga dei termini della legge Pisanu, il tema relativo alla sicurezza ed alla crininalità ed il suo legame con le nuove tecnologie e le necessità investigative torna alla ribalta con riferimento al crime mapping.

Il crime mapping ha radici profonde negli studi criminologici sull’analisi delle aree a rischio o delle aree ad alto tasso delinquenziale, risalenti a Guerry e Quetelet (1800) ed alla criminologia ambientale (environmental criminology) della Scuola di Chicago, per poi arrivare ad altre teorie più recenti (note come Routine Activity Theory, Teoria della ristrutturazione, Rational Choice Theory, Crime Pattern Theory, etc.), che unitamente all’analisi socio-criminologica delle condotte devianti ed all’analisi vittimologica, costituiscono il necessario bagaglio per darne una lettura appropriata.

Oggi si avvale di strumenti come il GIS (Geographic Information System), sul quale non mancheremo di soffermarci.

 In un articolo di oggi apparso su la Repubblica, a firma di Erico Franceschini, viene data notizia della possibilità, offerta ai cittadini inglesi e del Galles, di richiedere ed ottenere le Crime Maps relative alla distribuzione geografica del crimine e di atti anti-sociali commessi nelle città di residenza.

 Il sito di riferimento, segnalato dall’articolo, è questo (per la verità ve ne sono altri, sui quali mi intratterrò nei prossimi post).

 Franceschini segnala che nelle mappe digitali di cui trattasi, messe ora a disposizione dei cittadini, è possibile avere il seguente dettaglio:

 

«I puntini gialli indicano “comportamenti anti-sociali”, ossia teppismo, graffiti, schiamazzi e simili. I puntini blu rivelano danni a cose o persone: dal furto allo stupro all’omicidio. I puntini rossi segnalano danni a un autoveicolo, per rubare qualcosa all’interno o per portarselo via tutto intero. Cliccando su un’apposita finestra, si possono ottenere informazioni più specifiche, sulla natura del crimine, sul numero dei reati commessi in una determinata strada o in un certo quartiere, sulle statistiche negli anni precedenti, in modo da verificare se la criminalità in un’area è in crescita o se sta diminuendo».

 

Si ha, in pratica, una diffusione di informazioni, prima solitamente in mano alle sole forze dell’ordine, alla società civile. I cittadini, infatti, possono ottenere sul propio PC in formato digitale le informazioni dettagliate sulla distribuzione territoriale di atti criminali ed antisociali, che possono consultare a propria discrezione, in perfetta trasparenza.

 

Questa condivisione del patrimonio informativo con la popolazione determina problemi nuovi, che la società dell’informazione deve ora affrontare e gestire. Il tema è legato anche alle scelte politiche e giuridiche da adottare al riguardo.

 

L’articolo di Franceschini riassume i principali aspetti che entrano maggiormente in rilievo nel novero delle preoccupazioni emerse nel Regno Unito:

 

1) timore di un uso strumentale del crime mapping da parte dei criminali

 

Si teme che la diffusione delle mappe del crimine possano essere usate dagli stessi criminali per l’individuazione degli obiettivi più appetibili.

 

«Qualcuno, per esempio, teme che criminali e delinquenti siano trai primi a utilizzarle, per individuare con precisione gli obiettivi da colpire: se in una strada avvengono molti reati, e se il loro numero aumenta di anno in anno, significa infatti che ci sono bersagli da derubare o da sfruttare e che probabilmente la polizia non riesce a fare molto per proteggere la cittadinanza in quell’area. E’ una preoccupazione espressa da Simon Reed, vicepresidente della Police Federation, l’associazione che riunisce i diversi corpi di polizia nazionali: “C’è il rischio che una zona ad alto numero di crimini diventi ancora più pericolosa e ancora più oggetto di azioni criminali”.»

2) timore di stigmatizzazione e di ghettizzazione di aree urbane geograficamente delimitate (e di chi vi risiede)

3) timore di ripercussioni economiche sul valore degli immobili presenti nelle aree percepite come aree «a rischio»

 

Tali preoccupazioni sono esposte, nell’articolo, là dove si legge che

 

«Un secondo timore è che, studiando le mappe, la gente scelga di evitare le aree ad alto tasso di criminalità, stigmatizzandole e contribuendo a trasformarle in ghetti.

(…)

Da questo timore ne consegue un secondo, di carattere economico, cioè che le mappe facciano scendere il valore degli immobili nelle strade catalogate ad alto rischio di criminalità, commenta James Scott-Lee, portavoce dell’istituto nazionale per la mappatura e le statistiche».

 

Vengono però illustrati anche i possibili rimedi:

 

A) le informazioni legate alla diffusione del crime mapping andrebbero accompagnate anche da un’azione di informazione ed alfabetizzazione dell’opinione pubblica, al fine di consentire alla popolazione di avere anche le chiavi di lettura dei dati estraibili dalle mappe digitali rappresentative degli atti criminali ed antisociali.

 

Così, Franceschini riporta, nel suo articolo, che

 

“Informazioni del genere andrebbero spiegate all’opinione pubblica in maniera da evitare un eccessivo impatto negativo o una sbagliata percezione del crimine in una certa area”, osserva Reed.

 

B) occorre poi, secondo un’altra prospettiva, che il crime mapping, se diffuso alla popolazione, contenesse anche altre informazioni in grado di bilanciare, nell’opinione pubblica, il rischio di stigmatizzazione sopra evidenziato ed, al contempo, giudicare l’operato delle forze di polizia.

 

Proseguendo nella lettura dell’articolo si legge:

 

Altri suggeriscono che le mappe contengano in futuro anche informazioni sul numero degli arresti e delle operazioni condotte con successo dalla polizia per smantellare attività criminali o arrestare individui sospetti, per dimostrare non soltanto i problemi causati dal crimine ma pure i successi delle forze dell’ordine nel combatterlo, così rassicurando la popolazione.

L’opinione di Vernon Coaker, ministro per la Polizia, è che in ogni caso la mappatura del crimine rafforza il potere delle comunità e permette alla gente di meglio giudicare l’operato delle forze dell’ordine: “Quando la polizia stabilisce le sue priorità nella lotta al crimine, le mappe offrono alla popolazione l’opportunità di far sentire meglio la propria voce”, ovvero di sostenere per esempio che una priorità è sbagliata, che bisognerebbe impiegare più uomini e più risorse per combattere un certo tipo di reati in una determinata zona della città, piuttosto che in un’altra. Sarebbero, insomma, uno strumento di maggiore democrazia in mano ai cittadini.

 

Emerge, dalle preoccupazioni riportate da Franceschini, un quadro in cui sicuramente la società deve confrontarsi con l’impatto sollevato dall’uso delle tecnologie, per evitare, anche in questo caso, di subirne gli effetti senza essere preparata ad affrontarli. 

 

Si vedono chiaramente, in questo caso come in altri che più tipicamente contraddistinguono l’information society, gli effetti socio-economici dell’uso delle nuove tecnologie, che devono far riflettere sulle politiche dell’innovazione e sulle relative sulle soluzioni giuridiche da adottare.

 

Le crime maps vanno lette non solo nella loro dimensione spaziale, ma anche in quella temporale e, sicuramente, non disgiuntamente dai dati di carattere più tipicamente socio-criminologico legati sia alle caratteristiche di un determinato territorio, sia alle peculiarità del comportamento illecito preso in considerazione nella rappresentazione geografica dei comportamenti devianti, sia, infine, all’analisi vittimologica degli «obiettivi» colpiti dalle condotte criminali.

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2 comments so far

  1. […] sociale, Sicurezza urbana, Stumble safely, Tecnologie per la sicurezza del territorio | Il Crime Mapping ha radici profonde e ora si giova di possibilità di applicazione sempre […]

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